Il tipografo che ha fatturato il 3025% in più (stampando libri in 24 ore)

Fabio Franceschi. Ha battuto Mondadori e Rizzoli, tra i suoi clienti<em> New York Times </em>e <em>Pravda</em>. &quot;Per i 20 milioni di copie di Harry Potter tenevo 16 guardie
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Del leone di San Marco, che 40 anni fa suo padre Rino e suo zio Sergio scelsero come simbolo dell’azienda, più che la criniera folta, il dorso alato e la coda ritta Fabio Franceschi apprezza il libro aperto serrato fra gli artigli. Quando l’imprenditore padovano nativo di Camposampiero afferra un tomo, non lo molla se prima non lo ha duplicato in centinaia, migliaia, milioni di copie. Già il paese dove ha aperto lo stabilimento, Trebaseleghe, è un inno alla riproducibilità: «Nel nostro dialetto significa tre basiliche». Quante quelle di Roma (considerato che la quarta, San Pietro, sta in Vaticano). Si vede che una sola non gli bastava, e pazienza se il toponimo indicherebbe in realtà un trivio romano e deriverebbe da basilèus, re.
L’osservatore superficiale ferma l’occhio sulla Ferrari 612 Scaglietti nera parcheggiata all’ingresso, scelta cromatica obbligata per un tipografo che consuma 180 tonnellate l’anno d’inchiostro di quel colore. Invece bisogna elevarsi un pochino, nel palazzone in vetrocemento di 25.000 metri quadrati che stanno per raddoppiare, e osservare dall’alto il parco di 20 ettari con la piazzola degli elicotteri disegnata nell’erba per farci atterrare il proprietario del quotidiano rumeno Adevarul, verità, o i nuovi boss della Pravda, un’altra verità.
La verità, in Italia, è che non ci sono Mondadori o Rizzoli che tengano. A 40 anni da poco compiuti, il maggior stampatore di volumi ha battuto tutti. Perché lavora più di tutti: dalle 8 di mattina fino alle 11 di sera, quando la moglie Fiorella e i figli Nicola, Alberto e Gianmarco, «tre maschiacci che hanno già respirato l’aria calda dell’azienda», cioè sono stati messi a sgobbare d’estate alla catena di produzione, lo vedono rincasare per andare a letto. Ma la sua azienda, la Grafica veneta, non dorme mai. È aperta 24 ore su 24, sette giorni su sette, con le sole eccezioni di Natale, Pasqua, Capodanno, 1° maggio e Ferragosto, per poter sfornare 130 milioni di copie l’anno. Il verbo va inteso alla lettera: per Franceschi i libri sono come il pane, da gustare belli caldi. O, quando c’è di mezzo un morto, almeno tiepidi: il giorno dopo il funerale di Michael Jackson aveva già fornito ad Aliberti editore Troppo grande per una vita sola, 160 pagine di biografia con le foto delle sorelle e dei figli della popstar che piangevano affranti sulla bara placcata oro 14 carati. «Tratto i libri come se fossero quotidiani», sintetizza il presidente della Grafica veneta. In altre parole, alle 18 di oggi riceve per posta elettronica un testo in Pdf da una casa editrice di New York; alle 6 di domattina 30.000 copie sono già pronte, imballate in una specie di preservativo che ha il pregio di non cedere nemmeno se l’improvvisato ladruncolo fosse Edward mani di forbice; entro le 12 un volo decolla da Orio al Serio per gli Stati Uniti; alle 16, tenuto conto del fuso orario, i volumi sono già nella Grande Mela. Fa tutto da solo quello che nessun altro riesce a fare, comprese copertine e rilegature. In Europa solo la francese Cpi group e l’inglese Clays Ltd lo superano. Ma bisognerebbe accertare se questi due competitori hanno avuto dal 2001 a oggi, come ha avuto la Grafica veneta, un incremento del fatturato pari al 3.025%, dove il punto, a scanso di equivoci, divide le migliaia e non i decimali. In soldoni, fanno 100 milioni di euro l’anno.
Se Bertelsmann, che è il colosso mondiale del settore, raggiunge gli 11.000 titoli, sempre l’anno, Franceschi è già quasi a metà strada: 4.500. I 20 milioni di copie della saga di Harry Potter? Li ha stampati lui per quasi tutta l’Europa. I 4 milioni di copie dei romanzi di Giorgio Faletti, i 2 milioni di copie dei thriller di Stieg Larsson e il milione di copie di Ken Follett? Ancora lui. Il Gesù di Nazaret di Benedetto XVI? Sempre lui. La Rabbia e l’Orgoglio di Oriana Fallaci, ma anche Un cappello pieno di ciliege, testamento letterario della grande giornalista? Un’altra volta lui. Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli di Khaled Hosseini? Di nuovo lui. Sono almeno una trentina gli editori italiani che dipendono dalle sue 9 rotative e 10 linee di confezione: fra gli altri, Rcs (con le case Rizzoli, Marsilio, Bompiani), Mondadori, De Agostini, Longanesi, Class, Piemme, Paoline, Baldini Castoldi, Salani, Paravia, Vallardi, Corbaccio, Chiarelettere, Boroli, Gribaudo.
Dalla sede di Trebaseleghe, che ingoia 500 tonnellate di carta al giorno, escono prima di mezzanotte 20 autotreni carichi di libri, 16 dei quali diretti all’estero. Né potrebbe essere altrimenti: Franceschi non ha per obiettivo il cortile di casa, ma l’intero globo terracqueo. Sono suoi clienti la News Corporation del magnate australiano Rupert Murdoch, Time Warner, Hachette, Gallimard, Flammarion, le guide turistiche Lonely Planet e, per i cosiddetti collaterali, quotidiani come The New York Times, Le Monde, Le Figaro, El País, The Sun, Daily Mail, e anche istituzioni culturali come la Oxford University Press e la Cambridge University Press.
Come ha fatto?
«Nel 1988 morì mio padre. Io frequentavo la scuola grafica della Fondazione Cini. Dovetti abbandonarla e trasferirmi a bottega. Fornivamo lo Stato e gli enti. Ridotti a stampare soltanto i bollettini ufficiali delle Regioni e delle Camere di commercio, eravamo sul punto di chiudere. Non me la sono sentita di licenziare gli otto dipendenti: sarebbe stato come lasciare per strada otto familiari. Ho rilevato la quota aziendale di mio zio e mi sono buttato sui libri. I consulenti mi davano del matto: “È un mercato maturo. Non può farcela. Fallirà entro un anno”».
Invece nel giro di otto anni ha aumentato di quasi trenta volte l’organico.
«Nel 2002 per stampare un libro ci volevano, se tutto andava bene, 18 giorni. Mi sono detto: devo riuscirci in 24 ore, offrire un livello esasperato di servizio. Gli altri guardavano all’Italia, io pensavo al mondo. Sono andato a cercarmi i clienti nei Paesi che hanno un prodotto interno lordo a due cifre».
L’Angola ha un Pil a due cifre.
«E infatti in Angola stiamo lavorando bene con Hachette. Il governo ha deciso di regalare a ogni famiglia un’enciclopedia della salute per prevenire le malattie».
Son copie.
«Mai quanto l’Enciclopedia russa: 40 milioni di copie. Nell’ex Urss la scolarizzazione è molto elevata. Ma lì stampiamo anche i libri allegati alla Pravda e al settimanale popolare Argumenty i Fakty, il più diffuso in Russia. È tutto il mercato dell’Est che si sta aprendo: Slovenia, Croazia, Bulgaria. I volumi veicolati in Polonia con la Gazeta Wyborcza, il primo quotidiano d’opposizione legale al regime comunista fondato nel 1989 sulla base dell’intesa Jaruzelski-Walesa, fanno gli stessi numeri dei giornali italiani. Lei pensi solo che in Romania, dal 1° gennaio, abbiamo venduto con Adevarul la bellezza di 25 milioni di volumi, ed è una nazione che conta 22 milioni di abitanti. Sempre in Romania, il Codice da Vinci di Dan Brown ha fatto appena 20.000 copie, il nostro Notre-Dame de Paris di Victor Hugo è arrivato a 385.000».
Prossime mete?
«L’Arabia e tutti i Paesi del Golfo Persico. Lo scorso 12 agosto era qui una delegazione del ministero della Ricerca saudita. Da gennaio stamperemo i libri allegati a O Globo, il quotidiano di Rio de Janeiro presente in tutto il Brasile. Serviamo l’intera Africa raggiungibile via mare, dall’Egitto fino all’equatore».
A settembre del 2008, mentre l’economia mondiale andava a catafascio, lei ha annunciato: «Investo 50 milioni e assumo 80 persone». L’ha fatto?
«Ne ho investiti 40, in particolare per il varo del primo libro totalmente ecologico, con inchiostri vegetali e colle ad acqua, che vedrà la luce entro il 2009. Per prudenza ho deciso di far slittare di un anno i restanti 10 milioni. E nell’ultimo anno ho assunto 60 degli 80 dipendenti previsti. Ma non per cattiva volontà: è che nell’organico c’è bisogno di grande qualità e in giro non se ne trova. L’età media dei miei collaboratori si aggira sui 33-35 anni, con un turn over inferiore allo 0,5%. Una volta arrivati qui, non se ne vanno più».
Un reddito operativo del 32% ha dell’incredibile.
«È un buon margine, frutto di una tecnologia all’avanguardia. Lo sprone a coltivarla ci è venuto dal New York Times, che cercava una tipografia in grado di stampare gli istant book a velocità della luce».
Negli Usa non ne erano capaci?
(Allarga le braccia). «Si vede di no, se si sono rivolti a noi. Ma non vorrei sembrare presuntuoso. Aggiunga che siamo tra i pochi in Europa a poter vantare un costo percentuale della manodopera sotto le due cifre».
Ma quanto frutta, mediamente, la stampa di un libro?
«Dipende dal numero di pagine, dalla copertina, dalla rilegatura. Comunque meno di un euro. Diciamo fra i 70 e i 90 centesimi».
Quindi ha incassato 18 milioni di euro solo con Harry Potter?
«Un fatturato proporzionale agli 1,5 miliardi di euro del patrimonio personale dell’autrice Joanne Kathleen Rowling, diventata la donna più ricca del Regno Unito. A questo punto mi sa che un ottavo romanzo non lo vedremo».
Lei immaginava che la saga del maghetto, appena 24.000 copie al suo apparire in Italia, avrebbe venduto quasi 350 milioni di copie in tutto il mondo?
«No di certo. Ma ho cominciato a sospettarlo quando ci sono state imposte per contratto le clausole stabilite dalla scrittrice: 18 agenti di sicurezza armati a sorvegliare la tipografia nell’arco delle 24 ore, in modo che non uscisse in anticipo neppure una pagina; i bancali con le copie fresche di stampa avvolti nella plastica nera perché non si vedessero le copertine; i sigilli di piombo alle maniglie dei camion nei 200 chilometri del trasporto da Trebaseleghe al magazzino dell’editore Salani».
Siete sicuri d’essere riusciti a battere la pirateria editoriale? Il professor Salvatore Casillo, che si occupa di industria del falso, mi ha spiegato che ogni volta che Adelphi manda nelle librerie una nuova edizione del «Siddharta» di Hermann Hesse, i falsari lo ristampano adeguando il prezzo di copertina.
«Non ho riscontri precisi, ma annuso che è così. Per le case editrici è un guaio serio. Dalla nostra azienda non è mai uscito nulla sotto banco. A scanso d’equivoci ho fatto affiggere cartelli in cui rammento che chi portasse all’esterno anche una sola copia di un libro perderebbe il posto e verrebbe denunciato all’autorità giudiziaria».
Ora tocca a Stephene Meyer con «Twilight».
«Sì, ma vuol mettere? Ciascuno dei tre romanzi che abbiamo stampato finora è intorno alle 50.000 copie».
Si consola con Faletti.
«Non mi spiego come faccia a vendere milioni di copie. Sarà che è facile da leggere. Bravissimo l’editore Alessandro Dalai ad averlo lanciato».
Quanto c’impiega a tirare un milione di copie?
«Tre giorni».
Una volta i Mondadori e i Rizzoli i libri se li stampavano da soli. Che cos’è successo?
«Hanno capito che è meglio fare gli editori piuttosto che gli stampatori. Dedicarsi a qualcosa che non è il tuo core business non è più remunerativo, di questi tempi».
Eppure lei è anche editore in proprio di collaterali all’estero.
«Ma lì il discorso è diverso, lavoro in sinergia con i giornali e a prezzi competitivi. In Polonia l’indice di lettura sfiora il 40%, mica come in Italia dove il 58% della popolazione non apre neppure un volume nel corso di tutta la vita. E poi il libro fa anche arredo».
Prego?
«Non ho paura a dirlo. Che cosa ci mette lei in una libreria vuota? Tanti libri, no?».
Non teme d’essere spazzato via dagli e-book?
«Il libro elettronico ha un futuro soltanto per quanto riguarda i codici, i testi scientifici, le enciclopedie, che si potranno aggiornare in tempo reale senza far spendere ai clienti ogni volta centinaia di euro per edizioni che sono già vecchie prim’ancora d’arrivare in libreria. Ma narrativa e saggistica resteranno su carta».
Detto dall’imprenditore che Andrea Tomat, presidente della Confindustria del Veneto, ha delegato alla ricerca e all’innovazione...
«Il mio compito è d’individuare gli strumenti per vincere a livello globale. Negli Usa un dipendente costa 8 dollari l’ora, in Italia 12 euro, il 118% in più. C’è qualcos’altro da aggiungere?».
Ha dichiarato che fra i suoi colleghi imprenditori «c’è un eccesso rituale di lamentele» e ha difeso le banche. Sorprendente.
«Confermo. Sicuramente il credito in questo momento è limitato. Però non è che sia scarso: è un credito giusto. Erano eccessivi i livelli di leva che riuscivamo ad avere nei mesi e negli anni scorsi. Dobbiamo tornare a un indebitamento decoroso. L’1% al massimo. Non lo scandaloso 6% di prima».
Se l’è presa con la Regione Veneto che avrebbe 1,2 miliardi di debiti da saldare alla piccola e media industria.
«Il governo offre la più ampia disponibilità alle imprese. Ma poi, nei fatti, le regole rigide previste nel patto di stabilità penalizzano le regioni virtuose. Il Veneto ha in cassa 1,8 miliardi di euro che non può spendere neppure per pagare i fornitori».
Bisognerebbe tornare alla Serenissima.
«Sento tanto parlare di federalismo fiscale. Io non ci credo. Ci vorrebbe solo un po’ di buongoverno. Cominciamo a chiederci perché certe sanità spendono il doppio per erogare servizi che non sono neppure paragonabili ai nostri. Facciamo così: chi non sa amministrare lo lasciamo a casa e chi amministra male lo consegniamo alla magistratura. Vedrà che le cose cambiano. È che in questo Paese non esiste la certezza della pena».
Ma lei uno stabilimento al Sud lo aprirebbe?
«No. Il Meridione è terra di turismo. Devono coltivare quello».
Di che cos’ha più bisogno la sua azienda in questo momento?
«Di qualità. La differenza non la fanno né la tecnologia né la finanza. È la qualità delle persone a fare la differenza assoluta nel mondo».
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