Tiriamo fuori il Rovazzi che c'è in noi

Non si sa cosa farà da grande Rovazzi, se andrà a comandare e bisserà il travolgente successo della scorsa estate o scomparirà in una bolla della rete che lo ha gemmato, di sicuro ha dato vita a un'anomalia di stile: ironica e stranamente composta, coi suoi baffetti e lo sguardo serio

Essere un tormentone vivente senza farlo diventare un tormento nel senso letterale del termine non è facile. Fabio Rovazzi, forse cantante, magari rapper, sicuramente artista di quell'arte varia che shackera tutti i linguaggi e li risputa sul web, ce l'ha fatta. Non è diventato antipatico. Certo al centomilionesimo passaggio radiofonico della sua celeberrima «Andiamo a comandare» più di qualcuno digrignerà i molari e stringerà i pugni. Ma non è possibile avercela con il povero - si fa per dire! - Rovazzi. Classe 1994 - sì, esistono e fanno anche già successo pur essendo nati così poco tempo fa - milanesissimo di Lambrate, secco e rifinito come un'acciuga di Monterosso, capelli corti spostati da un lato con una riga imbrillantinata, quasi un po' imbarazzato dal successo e vagamente educato, sembra tutto fuorché un rapper.

Se Lombroso avesse studiato i musicisti invece che i criminali, il cranio di Rovazzi lo avrebbe sistemato tra i delicati carezzatori di xilofoni, non certo tra i rapper fracassoni. Niente muscoli unti e contratti, niente catene d'oro con rubini e zaffiri. Rovazzi ha uno stile tutto suo. Canta di feste in pantofole e di gite in trattore, di brindisi con l'acqua minerale. Eppur sdogana col sorriso un desiderio di tutti: l'andare a comandare. Che non si sa bene cosa si vada a comandare, ma chissenfrega, d'altronde, diciamolo, prendere ordini non piace a nessuno. E quindi andare a comandare non vuol dire niente ma significa tutto. E lui lo fa quasi in punta di piedi, così come in punta di piedi il suo video caricato su YouTube a gennaio del 2016 è lentamente diventato una specie di bside dell'inno nazionale: buono per tutte le occasioni, cantato da giovani e meno giovani.

Se non fosse una parola che a causa dell'abuso fa venire in mente l'esatto opposto del suo significato originario, si direbbe che la sua cifra è l'understatement. Anche quando vola a Ibiza con l'aereo privato del suo amico Ferra sembra sempre un ragazzino sul tram a Lambrate. Quando gli chiedono se si sente un cantante lui alza gli occhi, nicchia, rotea le pupille e dice che fa semplicemente video. Uno YouTuber come tanti. Anche se per primo si è portato a casa un disco d'oro solo grazie allo streaming. Una volta hanno provato a chiedergli cosa pensasse della situazione politica (probabilmente si aspettavano che dicesse che voleva andare a comandare?) e lui ha fatto quello che di solito nessuno fa: ha detto che non ne sa un accidenti, perché lui si occupa d'altro. Un monumento alla modestia. Non si sa cosa farà da grande Rovazzi, se andrà a comandare e bisserà il travolgente successo della scorsa estate o scomparirà in una bolla della rete che lo ha gemmato, di sicuro ha dato vita a un'anomalia di stile: ironica e stranamente composta, coi suoi baffetti e lo sguardo serio. Ma non diteglielo, magari si monta la testa.