Tiro alla fune Milano-Parigi Per Foro Buonaparte inizia la prova del riassetto

Per l’azionariato Edison è iniziata quella che le banche d’affari chiamano la «fase due»: l’accordo Edf-A2A non tiene più e sono almeno tre gli istituti che si stanno interessando alla vicenda, anche se, a quanto risulta, non c’è nessun mandato ufficiale. Non è soltanto l’architettura, un po’ barocca, escogitata per dare una governance paritetica in Edison, ma è ormai l’assetto industriale stesso che non soddisfa più. Per la prima volta non è solo A2A ad avere dei dubbi, ma anche Edf ha deciso che è tempo di voltare pagina. Il problema è il come, perché la questione ha tre aspetti: industriale, finanziario e, non ultimo, politico. I tempi per una scelta non saranno brevi, i patti in ogni caso scadono nel 2011, anche se è possibile che una soluzione venga raggiunta prima.
L’aspetto industriale.
Dopo un periodo di relativa convergenza, sono ormai troppi i nodi industriali che dividono i due azionisti. Innanzi tutto il gas: Edison sta investendo somme ingenti con un obiettivo a lungo termine nei pozzi in Egitto. Nella strategia Edf questo ci sta tutto: i francesi vogliono fare di Edison il loro braccio nel gas e sono disposti ad aspettare per ottenere risultati importanti. Ma il tornaconto per A2A è vicino allo zero. Poi c’è il nucleare: A2A vorrebbe un ruolo per le grandi utilities italiane, con la presenza nel progetto dei grandi consumatori. Di fatto l’asse Edf-Enel deciderà tutto. Anche l’integrazione tra Edison e A2A non sembra essere un granchè, visto che Zuccoli lamenta la concorrenza della controllata. Da parte sua Edf sta razionalizzando il suo portafoglio e vuol avere le mani libere senza doversi confrontare con un socio che sta diventando scomodo.
L’aspetto finanziario.
Innanzi tutto c’è da sistemare la partecipazione del finanziere Zaleski, un 10% che pesa. La quota della Tassara è in vendita a prezzi «ragionevoli» stando a quanto sostiene una fonte che sta seguendo il dossier. Di per sé sembrerebbe una questione risolvibile in fretta, ma lo sarà difficilmente: i francesi hanno anche altre questioni da risolvere e il problema-Zaleski non sembrerebbe avere la priorità. Poi ci sarà da discutere il riassetto. Le ipotesi, semplificando (molto) si possono ridurre a poco più di due: la fusione di A2A in Edison (che, come detto nell’articolo qui accanto, Zuccoli esclude in modo assoluto), oppure uno spezzatino di Foro Buonaparte. Entrambe hanno vantaggi e svantaggi: i francesi preferirebbero la fusione, A2A lo spezzatino. La fusione di fatto «annullerebbe» A2A in Edison: c’è un’evidente sproporzione di peso tra i due gruppi. Scomparirebbe la più importante utility italiana (e anche il suo management), nascerebbe un grosso gruppo integrato, francese: «Non è ovvio che la fusione sia la soluzione perfetta» ha detto al Giornale un personaggio che studia la questione. Lo spezzatino comporterebbe invece una divisione degli asset forse non indolore. Ci sono poi anche altre architetture ipotizzate, come quella che sia il Comune di Milano a conferire direttamente in Foro Buonaparte la quota oggi detenuta da A2A, ma sarebbe una soluzione non meno complessa. E nessuno esclude che alla fine esca una soluzione di ingegneria finanziaria ben diversa da quelle ipotizzate.
L’aspetto politico.
A2A ha due azionisti importanti: i Comuni di Milano e di Brescia. Milano non escluderebbe un’integrazione A2A-Edison che faccia emergere plusvalenze che andrebbero a sistemare i bilanci. Brescia, che ha già sofferto la fusione con i milanesi, non è affatto disposta a passare la mano ai francesi. E di fusioni non ne vuol sapere. Anche il mondo politico a livello nazionale è perplesso: teme di regalare ai francesi l’energia lombarda, ma teme anche che uno spezzatino faccia perdere valore ad A2A. Alla fine la soluzione non potrà che passare da Roma, che prima vorrà vedere sul tavolo i dossier completi: oggi siamo ancora alle prime battute. Tre anni fa il governo aveva voluto difendere l’italianità del gruppo: questa volta la scelta non è più così scontata, in nessuna direzione. Su una sola cosa c’è consenso: sarà lo stesso Berlusconi (sentito Tremonti e le banche d’affari) a dire l’ultima parola.