Il Titanic con le ali

Il pensiero corre alle musiche e alle danze che proseguivano mentre il Titanic si inabissava. Si obietterà che in questo caso non di musiche e di danze si tratta. Ma le agitazioni sindacali proclamate, in danno dell’Alitalia, mentre la compagnia aerea che viene definita di bandiera è sull’orlo della bancarotta (e forse tecnicamente, a rigore di numeri, nella bancarotta è già sprofondata) hanno le stesse caratteristiche di delirio e di incoscienza delle esibizioni frivole nel transatlantico condannato. Quasi 400 voli saranno cancellati domani, 50 milioni di euro di perdita per il Paese e cinque per le casse di una società già in profondo rosso.
Ha un senso tutto questo? Non l’ha. Il personale dell’Alitalia non è mosso, nella sua protesta, dalla collera della fame, che può indurre ad ogni eccesso, non ha l’alibi di tragiche situazioni personali. La minaccia sta nella perdita o nella diminuzione di un buon trattamento, e certo c’è insoddisfazione, tra chi opera nell’Alitalia. Ce n’è ancora di più in chi, come cittadino, dell’Alitalia ha dovuto ripianare le perdite per un lungo corso di anni. Durante i quali il risanamento è stato tante volte promesso, e mai realizzato. Si è così arrivati all’estremo momento in cui, rimboccandosi le maniche, dividendo i sacrifici, facendo appello ai propri sentimenti di patriottismo aziendale e di senso civico, ognuno si prodigasse per il salvataggio dell’Alitalia. Invece non si rimboccano le maniche, si incrociano le braccia.
So che molte responsabilità vanno attribuite ai vertici d’una struttura troppo politicizzata e troppo burocratizzata. Ma questo non esime i dipendenti che hanno senso di responsabilità dal dire che è necessario dare ossigeno all’Alitalia in affanno, non toglierglielo. Come purtroppo si sta facendo. La rivalità guerrigliera fra i troppi sindacati che incombono sull’Alitalia, e che hanno alte capacità di sfascio, aggrava i problemi.
Ma l’impressione è che al fondo di una volontà scioperaiola in cui incorrono senza distinzione i servizi pubblici, bene o male riconducibili a una supervisione governativa, vi sia una vecchia filosofia: la filosofia secondo la quale qualcuno pagherà, da qualche parte i soldi si troveranno, la politica non può permettersi il lusso di mandare in malora una creatura che è stata sua e che in qualche modo, sia pure per via indiretta, lo è ancora. Questo sentimento, che sicuramente esiste, è anacronistico. Sono finiti i tempi d’oro in cui si poteva attingere alle casse pubbliche, sono finiti, almeno per le aziende come l’Alitalia. Continuano invece, duole dirlo, nel pubblico impiego, che da gran tempo spunta aumenti salariali negati ai lavoratori del privato. La Svizzera ha lasciato che la Swissair fosse disintegrata e ha messo sotto indagine chi la dirigeva. Il lusso dei posti protetti nonostante deficit giganteschi nessun Paese industrializzato se lo può più permettere. Gli scioperi dell’Alitalia sono autolesionisti fino al limite del suicidio, e suscitano in chi segue questa vicenda dall’esterno la tentazione di dire: ma che fallisca questa Alitalia che ha perso la rotta e che è alla deriva, e che non se ne parli più. Il ragionamento, lo so, è troppo duro e troppo drastico. Ma nella sua rozzezza sembra adeguato al cupio dissolvi che in Italia furoreggia.
Mario Cervi