In tivù sono tutti scritori, anche gli ex camorristi

I sottopancia televisivi sono eloquenti e istruttivi su cosa significhi oggi essere uno scrittore: in genere l’appendice chic di una professione più o meno chic, un fiore all’occhiello di una vanità tanto a perdere quanto irrinunciabile. Per esempio Renhold Messner è «alpinista e scrittore», Daria Bignardi è «conduttrice televisiva e scrittrice», Gianrico Carofiglio «magistrato e scrittore», Paolo Sorrentino «regista e scrittore», Vinicio Capossela «cantautore e scrittore», Christian Raimo «insegnante e scrittore», Michele Giuttari «poliziotto e scrittore». Se contate tutti gli «e scrittore» tra gli ospiti televisivi scoprirete che è raro trovare qualcuno che non lo sia, credo anzi che ormai le redazioni lo aggiungano in automatico, per non sbagliarsi. Il classico «giornalista e scrittore» è evergreen, e anche lì è un mistero e un ulteriore fraintendimento delle cose: insomma, perché mai non basta a un giornalista dirsi solo giornalista, se scrive libri da giornalista? Altrimenti come si distinguono Enzo Biagi, Giampiero Mughini o Bruno Vespa da Henry James, Samuel Beckett o Philip Roth? E sul piano delle opere come si distingue Infinite Jest di David Foster Wallace, scrittore, dall’ultimo libro di Marco Travaglio, «giornalista e scrittore» se il secondo è «e scrittore» proprio a causa dei suoi libri di ricette giudiziarie? E pensare che l’ultima volta che sono stato a Pomeriggio Cinque da Barbara D’Urso avevo di fronte addirittura un «ex camorrista e scrittore», oltre a lei stessa, la mia amica D’Urso, la quale, adesso, avendo pubblicato un libro (Più forti di prima, Mondadori) potrà stare sullo stesso piano o pianerottolo autoriale di Daria Bignardi e di Antonella Clerici in quanto collega «conduttrice e scrittrice». Si desidera pubblicare un libro, dal libro di ricette in su, per potersi conquistare la qualifica di «e scrittore», come una volta i titoli nobiliari? Ma com’è che, paradossalmente, mentre gli scrittori veri non contano più nulla, la qualifica aggiuntiva è diventata il ricamino d'obbligo dei sottopancia? Si consideri che tanto più si è «e scrittori» tanto meno si hanno opere che si possano chiamare tali, ma cosa importa: scrittore è chiunque pubblichi qualcosa.
In ogni caso, tra le dichiarazioni più oneste al riguardo ricordo solo quella di Pietrangelo Buttafuoco, che proprio mentre il suo primo romanzo svettava nelle classifiche di vendita disse: «Non sono uno scrittore, sono un giornalista che ha pubblicato un romanzo» conquistandosi la mia stima eterna. Aldo Busi di recente ha sollevato una questione analoga per Roberto Saviano, il cui supposto valore letterario si fonda in effetti su ragioni extraletterarie: «Se Saviano è uno scrittore io chi sono, Lorella Cuccarini con la barba?». Avrebbe ragione e potrebbe essere educativo se, essendo un raro di caso di «Aldo Busi ed ex scrittore», non avesse rovinato tutto dichiarando al contempo che scrittori in Italia sono solo lui e Boccaccio, per cui, seguendo il discorso, male che vada Saviano varrà quanto Arbasino o Pasolini. Insomma, chi vuole intendere intenda e nessuno intenderà e tutti fraintenderanno, questione di lana caprina in un mondo di capre, eppure, per salvare capre e cavoli e scrittori, nella maggior parte dei casi basterebbe sostituire a scrittore la più pertinente definizione di autore, perché se pochi di coloro che pubblicano i propri libri sono scrittori, tutti ne sono indiscutibilmente autori.
Così, in un mondo di autori, possiamo comunque continuare a insegnare cosa sono gli scrittori, e a nessuno verrà mai in mente di definire Céline «medico e scrittore», o Gadda «ingegnere e scrittore», o Proust «aristocratico e scrittore», o Svevo «banchiere e scrittore», o Kafka «assicuratore e scrittore». Si è «e scrittori» quando non si è scrittori e non si è capito cosa è uno scrittore, ossia quando, non appena usciti da scuola, si desidera pubblicare un libro qualsiasi per diventare degli «e scrittori», dimostrando appunto di essere solo delle persone qualsiasi con ambizioni qualsiasi. E allora, a pensarci bene: vuoi vedere che la D’Addario ha fatto tutto quel casino solo per poter pubblicare un libro e diventare anche lei quello che è «e scrittrice»?