Tiziano Ferro, svolta da cantautore: «Rifiuto le etichette, voglio stupire»

Paolo Giordano

da Milano

Caro Tiziano Ferro, lei torna dopo tre anni e il suo è un ciddì spiazzante.
«Mi sono preso i miei tempi: ho viaggiato e vissuto, mi sono trasferito prima a Los Angeles e poi in Messico».
E ora?
«Abito a Londra vicino a Leicester Square».
Come ai piccoli principi, girare il mondo le è servito per conoscersi meglio.
«Infatti ho scritto le musiche e i testi in preda ai miei flussi di coscienza, scavandomi dentro senza preoccuparmi delle aspettative del mio pubblico».
È poi il modo migliore per conservarlo.
«Anche perché se un disco fallisce, la colpa è solo del cantante. E allora entra in gioco un po’ di sano egoismo: se vi va bene è così, io comunque ho fatto tutto il mio meglio».
In effetti, anche a incontrarlo qui in un albergo milanese, si capisce subito che Tiziano Ferro è un perfezionista e d’altronde ci mancherebbe: il suo nuovo ciddì Nessuno è solo esce contemporaneamente in 44 (quarantaquattro) nazioni e ormai un’impresa così se la possono permettere venti, massimo trenta artisti pop in tutto il mondo. A lui tocca farlo dopo due album (Rosso relativo e 111) che gli hanno portato gloria e mangiato la gioventù: quando è uscito Xdono aveva ventun anni, un ragazzetto di Latina con gli occhi spalancati. E da allora si è dannato l’anima a tutte le latitudini finché, ora che ne ha ventisei, ha acceso le luci dell’animo.
Di solito il terzo ciddì è quello della riflessione.
«L’ho fatta isolandomi. Io non sono un tipo scorbutico, però credo che la solitudine sia la condizione migliore per scrivere. E il mio rapporto con le parole è ossessivo, metodico».
Quasi da cantautore.
«Macché, io sono fieramente pop. Ma ho voglia di provocare, di non lasciarmi imprigionare in una sola casella. Così quando ho iniziato a far ascoltare al mio staff le nuove canzoni vedevo facce sorprese e sentivo commenti tipo “ma i suoni sono più cupi, c’è più introspezione”. Ho faticato a resistere alle pressioni».
Infatti Nessuno è solo sembra meno frenetico, l’r&b è evaporato e l’atmosfera è diventata cupa, quasi serale.
«È un disco dedicato ai sentimenti più semplici e per questo più controversi: l’amore, il bisogno di solitudine, il rapporto con i ricordi e con la celebrità».
Talvolta essere una star è un gioco da duri.
«E certe volte avrei dovuto stare più attento alle mie parole».
Come quando qualche settimana fa da Fabio Fazio su Raitre ha accennato alle ragazze messicane tutte baffute.
«Appunto. Ma era una battuta sbagliata perciò ho registrato un videomessaggio di scuse».
Insomma ha chiesto Xdono. Invece alla Carrà ha mandato un messaggio d’amore.
«La settimana scorsa l’ho incontrata a casa sua a Madrid e le ho fatto ascoltare il brano E Raffaella è mia. Specialmente nel mondo latinoamericano, lei rappresenta l’Italia come la pizza o la Ferrari. È un nostro simbolo, perciò spero di averla qualche volta sul palco con me».
Da quando?
«Il tour inizia a gennaio».
Inviterà anche Biagio Antonacci, che canta nell’ode lesbo Baciano le donne?
«Quella è una collaborazione nata su due piedi: è venuto a salutarmi in studio e il nostro duetto è venuto fuori all’improvviso. Non ha neppure voluto una lira, è un signore».
Ma la sorpresa è la canzone che conclude l’album.
«L’ho registrata quand’ero bambino. Mi vergognavo di amare la musica, così mi nascondevo sotto il letto con il mio walkman. Ho faticato moltissimo a ritrovare quei nastri. Come ho faticato a farmi accettare come cantante da mio padre e mia madre: la mia prima canzone che hanno ascoltato è stata Xdono. Ma solo quando è passata in radio».