Tobin tax, Washington smentisce Parigi

Negli Anni 70 era il pallino di un solo economista, James Tobin, che poi avrebbe vinto il Premio Nobel. Dieci anni fa venne rispolverata dai movimenti no global ma bocciata dai Grandi del pianeta. Oggi invece - paradosso della crisi - sono proprio le economie occidentali a rilanciarla come antidoto alla speculazione. È la tassa sulle operazioni finanziarie. Francia e Germania, e di riflesso la Commissione europea, ne sono sostenitori convinti (assieme al Vaticano e molte Ong) e al G20 hanno continuato a lavorare ai fianchi gli Stati Uniti, apertamente contrari, fino a creare un piccolo incidente diplomatico. Ieri mattina Nicolas Sarkozy, al termine del vertice bilaterale con Barack Obama, ha annunciato che Parigi e Washington avevano trovato «un punto comune» da inserire nel comunicato finale del G20. Sarebbe stata una svolta epocale. Ma la Casa Bianca ha subito frenato. Alcuni consiglieri del presidente americano hanno spiegato che Obama si limita a «condividere l’obiettivo di assicurare che il settore finanziario contribuisca a risolvere la crisi», e nulla più. Apertura timidissima, perché le posizioni tra Europa e Stati Uniti restano lontane.
Secondo i calcoli di Bruxelles, una tassa sulle operazioni finanziarie potrebbe valere 57 miliardi di euro l’anno. L’ipotesi è un prelievo su tutte le transazioni: mercati organizzati o fuori borsa, ogni strumento finanziario (azioni, obbligazioni, derivati, prodotti strutturati), qualsiasi operatore (banche, investitori, assicurazioni, fondi pensione, agenti di borsa). Tutti tranne i risparmiatori e le aziende, in quanto la tassa non si applicherebbe a prestiti ipotecari e bancari, premi o contratti assicurativi, attività finanziarie tipiche delle persone fisiche o delle piccole imprese. L’aliquota proposta dalla Commissione europea è pari allo 0,1 per cento su azioni e obbligazioni e allo 0,01 per i derivati.
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