Tocca ai liberali difendere i più deboli

Se già la Lega, quasi vent’anni fa, iniziò la sua storia intercettando il voto delle fasce operaie del Nord, non c’è da stupirsi del fatto, indicato da tutte le analisi, che nel bipolarismo Forza Italia e gli altri partiti del centrodestra abbiano trovato un ampio bacino di consenso fra i ceti più esposti della società, che sono deboli quanto a reddito percepito, ma che contribuiscono con il proprio lavoro alla ricchezza del Paese.
È questo un discorso che non riguarda solo il nostro Paese. Anzi, nella storia politica del neo-liberalismo spiccano, fra i connotati iniziali, le scelte con cui Ronald Reagan da governatore della California riuscì a ridurre la pressione fiscale aumentando contemporaneamente le risorse verso le categorie più povere.
Oggi in Italia è esplosa la questione di nuove forme di sostegno ai redditi più bassi. È esplosa con la contestazione degli operai di Mirafiori ai sindacati, ma era presente da tempo, anche se l’attenzione pubblica era concentrata, per un vecchio riflesso politico, sui pensionati e sulla precarietà dell’accesso al lavoro (cioè i giovani). Ed è esplosa con una decisione tale che sono venute alcune risposte: i sindacati hanno chiesto di ridurre la pressione fiscale (ricetta di destra) sui salari, alcune imprese tra cui la Fiat hanno concesso piccoli aumenti in forme unilaterali.
Una delle vere sfide per forze neo-liberali in una società complessa e frastagliata, come quella italiana, consiste nella capacità di far capire di essere attenta alle attese delle fasce più deboli, cioè nel proporre un progetto in cui si sentano coinvolti tutti i produttori di ricchezza, dagli autonomi ai lavoratori dipendenti dell’industria, proprio per la priorità da dare alla produzione di ricchezza come condizione per una sua distribuzione nella crescita comune del Paese.
Non si tratta di un’esigenza elettorale, anche perché quei voti al centrodestra non mancano. Si tratta piuttosto di un’impresa politica, nel confronto con una sinistra impantanata tra conservatorismo sociale e bisogno di innovazione (l’ambizione del Pd) e nella battaglia con quelle impostazioni paralizzanti che la Cgil continua a imporre nel mondo sindacale. E le imprese politiche crescono quando le leadership riescono a rispondere ai voti ricevuti con chiarezza programmatica e poi con iniziative concrete, una volta al governo. Quel che Gramsci chiamava egemonia.