Tocca i cavi elettrici della ferrovia e resta folgorato

Nel migliore dei mondi economici possibili, la disoccupazione in Liguria sarebbe pari a zero e Fincantieri potrebbe permettersi quindici cantieri fra Ventimiglia e Ortonovo. O, perchè no?, quindici cantieri fra Voltri e Nervi.
Però, non siamo nel migliore dei mondi economici possibili e l’idea che Fincantieri abbia tre cantieri in Liguria - uno a Sestri Ponente, uno a Riva Trigoso e uno al Muggiano alla Spezia - è ormai insostenibile dal punto di vista economico. L’arrivo di coreani e cinesi nel mercato della cantieristica è stato devastante per Fincantieri, così come per tutti i costruttori di navi europei e, come ha notato ieri in università il presidente della commissione Infrastrutture del Senato Luigi Grillo, la quota di mercato europea è passata dal 35 per cento al 5 per cento. Eppure, in Italia, quando la quota era del 35 per cento, Fincantieri aveva otto cantieri. Mentre ora che è il 5 per cento (sempre europeo, si badi bene), i cantieri sono sempre otto, tre in Liguria nel giro di poco più di cento chilometri.
È chiaro che nessun imprenditore privato potrebbe permettersi numeri simili e che un amministratore delegato di un’azienda privata che proponesse di tenere aperti tre cantieri simili nel giro di pochi chilometri verrebbe gentilmente prelevato da due signori nerboruti in camice bianco che lo poterebbero via di forza.
Ma Fincantieri - grazie anche alla scellerata scelta del Pd e della Fiom di osteggiare la privatizzazione dell’azienda - non è privata, ma di Stato. E quindi, per un certo tipo di politica, che ha casa a sinistra come a destra, l’amministratore delegato del gruppo Giuseppe Bono rischierebbe di essere prelevato dagli stessi due signori di prima se provasse a chiudere i cantieri in eccedenza, anzichè tenerli aperti.
Bono, fra l’altro, è tutto fuor che un Peppino mani di forbice, un amante della macelleria sociale che gode a tagliare cantieri e posti di lavoro. Anzi, fra i manager pubblici, anche per la sua provenienza dalla sinistra riformista, è uno dei più sensibili alle istanze sindacali, un cuore di panna. Che, se solo il governo, la Sme e l’Iri non avessero dismesso i gelati di Stato, sarebbe perfetto per produrre i Cornetti. Così come sarebbe perfetto praticamente per ogni ruolo nelle aziende pubbliche, come ha dimostrato a Fincantieri, riuscendo a non affondare nella crisi mondiale. Ma, anzi, surclassando i diretti competitor mondiali nel settore. E, di fatto, salvando l’azienda dal naufragio. Perfetta metafora di come dev’essere un capitano sulla tolda di una nave in mezzo a una burrasca.
In questo quadro, la politica è chiamata a dare risposte. Che possono essere quelle crude, ma realistiche, di Gigi Grillo. Quelle, comunque, attente alla comprensione dei problemi del presidente della Regione Claudio Burlando e del presidente del Porto Luigi Merlo. O quelle appiattite sul massimalismo, variabili indipendenti rispetto al mercato, di Marta Vincenzi e ancor più del suo assessore Mario Margini, pasdaran dei cantieri senza se e senza ma. Oltre che senza navi.
Ma, se non si ha il coraggio dell’impopolarità, forse sarebbe meglio stare a casa a fare la calza o sulle panchine a fare i pensionati. Lasciando la politica chi quel coraggio ce l’ha.