Tocca la ringhiera e prende la scossa, bimbo di 5 anni con le mani bruciate

Camminare sul marciapiede e toccare un cartello stradale può diventare pericoloso. Ieri mattina a Roma un bambino di 5 anni ha preso una scossa elettrica solo perché ha toccato un cartello di divieto di sosta. Ora è ricoverato al «Pertini» con una lieve bruciatura a una manina, ma è sotto choc e non vuole toccare alcun oggetto. I tecnici dell’Acea hanno accertato che il cartello stradale, toccato dal bambino, è stato infilato in via Tor de Schiavi, nella zona del Prenestino, proprio su un cavo di «bassa tensione» che è il sistema che dà corrente alle abitazioni ed ha un range che va da 127 a 220 volt. La tensione sulla palina stradale, secondo l’Acea, era inferiore a 120 volt. Sulla vicenda è intervenuto anche il sindaco Alemanno, il quale ha telefonato al padre del bambino per esprimere la sua vicinanza alla famiglia e far sapere che il Comune è già al lavoro «per comprendere come sia potuto accadere un fatto del genere». Ma anche se le conseguenze sono state minime, la paura è stata tanta, soprattutto, la paura di quello che sarebbe potuto accadere. «Avesse toccato dell’acqua e non avesse avuto le scarpette da ginnastica - ha detto la nonna del piccolo - non ci voglio nemmeno pensare. L’Acea mi ha detto che la corrente era a 125 volts. Si ripeteva quello che era successo in via Olevano Romano, dove morì un ragazzino folgorato». La donna, testimone dell’episodio è scossa. «Erano le 11 - racconta la donna - stavamo camminando sul marciapiedea. A un certo punto Matteo ha appoggiato una manina su un corrimano e l’altra su un cartello, di quelli che avvisano quando l’Ama pulisce le strade. Il bambino ha cominciato a urlare, è diventato tutto rosso. All’inizio abbiamo pensato a un insetto. Poi è successo il finimondo». «Matteo è sotto choc - ha spiegato la nonna - gli fa male una manina e l’altra non riesce a chiuderla. Mio genero si è sentito due volte al telefono con Alemanno, queste cose non devono accadere in un paese civile. È una vergogna qui, viviamo nelle case popolari dello Iacp. Ora basta, siamo stanchi».