«Tocca a voi europei morire in Libano»

Lo storico Michael Oren: «Laggiù non ci sarà missione di pace. I vostri soldati dovranno combattere con gli hezbollah»

Gian Micalessin

da Haifa

Nella vita di tutti i giorni il 52enne professor Michael Oren è uno dei più conosciuti storici contemporanei. Il suo libro sulla guerra dei Sei giorni è considerato un testo fondamentale per comprendere il conflitto arabo-israeliano che nel 1967 determinò gli attuali assetti della regione. In questi giorni di guerra il maggiore Oren è uno dei tanti ufficiali della riserva d’Israele. Ma anche come ufficiale non è un personaggio qualunque. Nel 1982, quando il ministro della Difesa Ariel Sharon guidò l’occupazione del Libano, l’ebreo americano Micheal Oren era arrivato in Israele da tre anni. Arruolatosi nei paracadutisti e assegnato a un’unità delle forze speciali, combattè le più difficili battaglie di quell’invasione. Dopo la conquista di Beirut continuò a venir richiamato e a combattere sul suolo libanese per altri otto anni. «A quel tempo il conflitto aveva un obiettivo dichiarato e uno nascosto - racconta Oren in questa intervista a Il Giornale -. L’obiettivo dichiarato era eliminare dal confine le milizie palestinesi. L’obiettivo segreto era instaurare a Beirut un governo guidato dalla Falange cristiano-maronita. La prima fase della guerra ebbe un vasto sostegno, ma quando emerse la verità e si seppe dei massacri di Sabra e Chatila il sostegno svanì. Oggi è diverso. Gli israeliani condividono la necessità di garantire la sicurezza dei confini settentrionali, di riportare a casa i due soldati rapiti e di neutralizzare Hezbollah. Questa guerra non è solo contro Hezbollah, ma anche contro la Siria e l’Iran. È un conflitto regionale per impedire a Teheran e al fondamentalismo sciita di metter piede nel bacino del Mediterraneo. Quella minaccia non preoccupa solo Israele, ma anche l’Arabia Saudita, la Turchia, l’Egitto e la Francia. E dovrebbe preoccupare anche voi italiani».
Nel 2000 vi siete ritirati dopo 18 anni di occupazione senza aver debellato Hezbollah come pensate di riuscirci oggi?
«Nessuno pensa di eliminarli militarmente. Vogliamo indebolirli e permettere il dispiegamento di una forza internazionale in grado di assumere il controllo della situazione. C’è bisogno di almeno 30mila uomini pronti a controllare non solo il confine libanese, ma anche la frontiera siriana, i porti e gli scali aerei per impedire qualsiasi rifornimento alla milizie terroriste. Quei 30mila uomini dovranno essere pronti a combattere perché Hezbollah reagirà come fece nell’83, colpendo americani e francesi. I Paesi europei pronti a partecipare alla missione, e l’Italia per prima, devono saperlo... non sarà una missione di peacekeeping, sarà molto peggio che in Kosovo. Dovrete far i conti con la realtà, esser pronti ad accettare la morte in combattimento dei vostri soldati».
Conoscendo l’Europa lo considera possibile?
«Non è facile, ma neppure impossibile. Dipende dalla vostra capacità di comprendere la situazione. Persino alcuni Paesi arabi hanno capito che il conflitto non riguarda solo la frontiera tra Israele e il Libano. Non appena ve ne convincerete pure voi non esiterete a mandare i vostri soldati».
Perché dovremmo morire per il vostro confine?
«Non per il nostro, ma per il vostro confine. La minaccia iraniana è molto più seria di quanto pensate. Quando sarete sotto il tiro dei loro missili non potrete continuare a giocare agli europei».
Pensa davvero che gli europei siano disposti a morire per il confine del Libano?
«Per ora penso non siate disposti a farlo neppure per i vostri».
Il Libano dopo il ritiro della Siria era l’unico caso riuscito di democratizzazione in Medio Oriente, voi state distruggendo anche quello. Non era meglio concentrare gli attacchi solo sul Sud?
«La vostra percezione è sbagliata. La Siria continuava a controllare il Libano e a influenzarne la politica. Colpire l’aeroporto, le strade, i porti e i quartieri a sud della capitale è stato inevitabile per bloccare la loro macchina militare. I missili altrimenti avrebbero continuato a raggiungere il confine. Abbiamo davanti un esercito di guerriglieri rintanato in centri abitati, scuole e ospedali, ma noi dobbiamo fermare anche i missili che partono da zone abitate».
Se non riuscirete a farcela in poche settimane, che cosa succederà?
«Continueremo la nostra campagna, non abbiamo scelta. A Hezbollah per vincere basta non perdere. Una vittoria di Hezbollah equivale a una vittoria di Teheran e questo avrebbe conseguenze terribili per l’intera regione».
L’opinione pubblica israeliana potrebbe stufarsi.
«È un rischio inevitabile se le perdite aumenteranno, se la forza internazionale non arriverà e se Israele sembrerà di nuovo impantanato in Libano. Ma va anche detto che l’Israele di oggi è molto diverso da quello del 1982. Siamo appena usciti da una guerra brutale con attentati suicidi quotidiani. Un altro Paese sarebbe imploso. Israele ha stretto i denti e ha capito che bisognava rinunciare ai sogni. Il primo sogno era quello di un Grande Israele, un sogno cancellato con il ritiro da Gaza. Il secondo sogno era quello di poter dividere la terra con popoli pronti a far la pace. Dopo la seconda intifada, Israele sa di essere circondato dallo stesso nemico. Un nemico che vuole solo la sua distruzione. Per questo non possiamo e non vogliamo cedere».
Sharon avrebbe fatto come Olmert?
«No, avrebbe esitato molto di più. Per lui il Libano era una macchia nera, ma alla fine neppure lui avrebbe avuto molta scelta».