Toccava a lui convincere il mondo a soccorrere l’Europa in difficoltà

Non ci sarà una sedia vuota, oggi, alla riunione di Bruxelles dove si decideranno nuovi aiuti finanziari per la Grecia e il pacchetto di soccorso per il Portogallo. Al posto di Dominique Strauss-Kahn, trattenuto a New York, partecipa al vertice la vicedirettrice generale del Fondo monetario, Nemat Shefik, una economista di origine egiziana. Il «numero due» del Fmi, lo statunitense John Lipsky, è rimasto a Washington per presiedere una riunione straordinaria del consiglio d’amministrazione. «Il Fondo rimane pienamente funzionante e operativo», si afferma in un comunicato ufficiale.
In realtà, è un vero e proprio tsunami quello che ha investito nelle scorse ore il palazzo in pietra bianca del Fmi a Washington. Un maremoto che potrebbe abbattersi fino alle sponde europee. Perché è vero che un uomo da solo non fa l’istituzione, ma è altrettanto vero che senza Dominique Strauss-Kahn l’atteggiamento del Fondo rispetto alla crisi del debito in alcuni Paesi europei sarebbe stato meno caldo e collaborativo. Grazie a «DSK», le linee di credito del Fmi si sono aperte a favore della Grecia, dell’Irlanda e adesso del Portogallo, in collaborazione con il fondo «salva Stati» dell’Unione europea. Nei tre piani di aiuto il Fmi mette un terzo del totale, all’incirca 100 miliardi di euro, cifra tutt’altro che trascurabile.
Proprio oggi, a Bruxelles, i ministri finanziari della zona euro discutono insieme con l’inviata del Fondo una nuova tranche di aiuti per Atene, e la definizione del «pacchetto Portogallo». Temi su cui l’apporto di Strauss-Kahn sarebbe stato ben diverso da quello che può dare un’alta funzionaria egiziana. Il direttore generale del Fondo avrebbe dovuto parlare ieri con la cancelliera tedesca Angela Merkel. L’arresto di Strauss-Kahn, ha comunque chiarito il ministro delle Finanze Wolfgang Schauble, non ferma l’impegno del Fmi nella soluzione dei problemi in Europa. Un primo test sull’impatto del caso Strauss-Kahn sulla zona euro potrebbe giungere già oggi, alla riapertura dei mercati finanziari e valutari.
In prospettiva non si può escludere un cambio di rotta del Fmi. In maniera assolutamente non traumatica, ma solo per raggiunti limiti d’età, anche il vicedirettore Lipsky lascia il Fondo in agosto. Si crea così un vuoto di vertice, potenzialmente pericoloso. Un nuovo managing director, soprattutto se non europeo, potrebbe infatti mattere da parte la questione Europa per concentrarsi su altre aree ed altri problemi.
Il mese scorso il G24 (l’organismo che raggruppa i Paesi emergenti nell’ambito Fmi, come Brasile, Cina e Messico) ha chiesto ufficialmente «un processo aperto, trasparente e basato sul merito» per scegliere i vertici del Fondo monetario e dell’organizzazione «sorella», la Banca mondiale. Non è ancora giunto, con tuta probabilità, il momento di un cinese o di un indiano alla guida del Fmi. Una eventuale candidatura cinese verrebbe «cassata» senza pietà dagli Stati Uniti. Tuttavia, gli europei potrebbero riscontrare maggiori difficoltà a piazzare un proprio uomo. Per consuetudine non scritta, la Banca mondiale è guidata da un americano, il Fmi da un europeo. La Francia ha fatto la parte del leone negli ultimi decenni, con sporadici interregni di un tedesco e di uno spagnolo.
Difficilmente il presidente Sarkozy vorrà rinunciare a una posizione di così grande potere e prestigio. Nel corso di diversi colloqui politici ha candidato ufficiosamente il suo ministro delle Finanze, la signora Christine Lagarde. Era noto infatti che Strauss-Kahn avrebbe lasciato il posto in estate, per candidarsi con i socialisti alla presidenziali francesi del 2012. Tanto che, prima di pronunciare il «sì» per la guida della banca centrale europea, la Merkel non avrebbe sgradito una nomina di Mario Draghi alla guida del Fmi. Allo stesso tempo, una successione di marca francese potrebbe non essere gradita al blocco dei Paesi emergenti che, grazie alla riforma delle quote del Fmi, ha guadagnato un po’ più di voce in capitolo.