Il tocco lieve della musica fluisce nei versi di una vita

Il tocco lieve che scarnifica e sacralizza nella distillazione delle parole. È il tocco del musicista-poeta Giuseppe Bignami nella silloge «Ma non esiste attesa». Poesie d'una vita, scelte dai brogliacci per «fissare momenti di luce impressionista nel nome della musica e d'una metrica coltivata». Trent'anni di violoncello al Carlo Felice, professionista nella sinfonica e lirica, ma pazzo d'amore per la musica da camera e la passione per Buzzati e Casanova. La giostra degli affetti e un ermetismo duro a cedere. Virtuoso Bignami, t'accoglie con disincanto.
Un assaggio di speranze tradite, di pagliacci tristi che rinvigoriscono nell'autoritratto giovanile alla maniera romantica. Sonetto che ammanta forza, che s'allunga in terzine dantesche. L'abito del nobile sentire a corona della donna-schermo. Un vezzo che sfuma quando gli anni raccontano, l'urgenza del dire diventa inesorabile e il sentire trascolora nei paesaggi di adesso. Che traducono anima e relazioni. Ti porta a ballare con «Nata di sole», ritmo d'annunziano tra buio e luce, insistente e virtuale, bella nella gioia triste che ieri illuse Ermione. Mentre il salmastro di «Riva Trigoso» declina passioni e umori, sa di colori e ombre, di donne amate e incontrate, di figlie viste crescere in controluce. Sullo spartito i toni smorzati di una «lunare blandizie/notturna apparenza/ di luci di costa/ e lampare». Con la sera che sbiadisce e «ogni cenno d'intuizioni smarrite è dedica triste al silenzio». Respiri vigilia e labirinto. A tratti disagio e amarezza. Poi la ricomposizione nell'armonia di chi ha accarezzato corde e spartiti. Con l'occhio fuori che ha bisogno di scrivere l'«Epitaffio» a Fabrizio De André: «Tra queste lacrime immense/ profumate di vuoto/una, per me,/non esiste». Poesie di due soli versi, poesie che sfiorano altri viaggi. Un guizzo, una borsa verde, «allegrezze».
Non basta. Ancora «Fine estate»: «sguardi/saluti accennati/effimeri abbracci/… come sei solo». Restano le parole ombra, fiore sbiadito, farfalle appassite. Resta la «follia» che s'impossessa dello spartito della vita. Turris eburnea e amaro disincanto. Non a caso il titolo al libello lo dà una poesia del '74, rivisitata a maggio 2005. Allora come oggi, lo stesso fiore che «spampana il legame sofferto» e la memoria che «non sa ringraziare nessuno». Resta il rifugio piastrellato di bellezza intuita, di valori ideali, di piccole cose sfuocate ai più. Di piccoli pezzi di vita raccolti in campagna, in vacanza, sul mare. «Chi vuol sapere/non chieda lunghe parole/ in silenzio hai voluto/ ed è angoscia smentire l'immagine muta/ ma non esiste attesa».
Giuseppe Bignami: Ma non esiste attesa, De Ferrari Editore, 58 pagine, 10 euro