Il tocco magico di Parise fra reale e surreale

Fabrizio Ottaviani

Come mostra l'ultimo numero di Riga, interamente dedicato all'autore del Prete bello, sono innumerevoli le metamorfosi di Goffredo Parise. Adesso le pagine de Gli americani a Vicenza riedite da Adelphi (pagg. 220, euro 18) riconfermano la poliedricità dello scrittore, e sfogliando questo volume ricchissimo si finisce per pensare a un prisma che rifletta i principali modi dell'autobiografia. Fra zii che lasciano cadere cartigli minatori nelle mani dei nipoti e passeggiate nel ventre di balene putrefatte ci si inoltra in un mondo strampalato e fantasioso.

Gli americani della Southern European Task Force giunsero realmente a Vicenza nel 1956, ma nel racconto che dà il titolo alla raccolta la campagna palladiana è invasa da un esercito in tenuta da palombaro, fra esplosioni nucleari alle quali assiste un pubblico che ha l'aria di scambiarle per fuochi artificiali. Si susseguono scene fenomenali espresse in una lingua che riesce ad essere sia chiara, sia letteraria al massimo grado. A distanza di pochi righi un notaio dalla «barba bilingue» (che termina cioè con due code) dà il cambio al soldato che in una rissa ha spaccato una bottiglia sulla faccia di un commilitone. Parise ne approfitta per far salire Montale sulla carrozza di Hemingway: «I cocci della bottiglia di birra fuoriuscivano dal volto come le punte di vetro dalla sommità dei muri di cinta». Eppure le storie che lasciano sulla pelle del lettore le bruciature più indelebili sono quelle in cui il tasso di invenzione stravagante è minimo. Per esempio la visita ad Adelina, la cugina prigioniera delle suore dove in cinque pagine, fra ritratti fotografici di vecchi benefattori il cui cipiglio continua a spandere antivita negli umidi sottoportici del convento, si distilla più anticlericalismo che in tutto Il prete bello. O l'ultimo racconto, La parola: pochi hanno descritto in modo altrettanto convincente la condizione in cui si trova l'innamorato costretto a recidere il legame sentimentale che l'urto del principio di realtà ha sfilacciato e poi distrutto. Ancora più sorprendente è il ragionamento con cui Parise spiega il crollo della relazione: «La parola era stata la maggiore nemica di quell'amore».

Che Parise non credesse nel potere benefico del linguaggio? Allora non sarebbe un caso che una raccolta apertasi con un racconto tanto chiacchierone si chiuda con un implicito invito all'afasia.