La toga rossa che voleva arrestare il capitalismo

Testa pensante di Magistratura democratica, ex consigliere del Csm, ex numero uno dell’Anm, è il più duro contestatore del Guardasigilli

Stefano Zurlo

da Milano

Autorevoli colleghi di rito ambrosiano lo considerano il più raffinato interprete del sempre evocato partito delle procure. Silvio Berlusconi, più sbrigativo, ha accostato la sua recente nomina a Procuratore aggiunto, peraltro decisa dal Csm all’unanimità, alle indagini sull’Unipol: «Sul sistema delle cooperative rosse hanno scelto uno dei giudici più ideologizzati». Edmondo Bruti Liberati questa volta ha taciuto. Ma ha raccolto la solidarietà trasversale di 23 avvocati, compresi i difensori di Giovanni Consorte e Gianpiero Fiorani. Nelle stesse ore ha invece ingaggiato un’aspra polemica con il ministro della Giustizia Roberto Castelli sul palco del congresso dell’Associazione nazionale magistrati. «La riforma dell’ordinamento giudiziario - ha sostenuto Bruti fra scrosci di applausi - è una macchina autosabotante che non può funzionare». «Bruti mi ha sbattuto la porta in faccia», ha replicato Castelli lasciando la sala.
Il sessantunenne Edmondo Bruti Liberati è certamente una delle toghe più ascoltate d’Italia. E una delle teste pensanti di Magistratura democratica, la corrente che ha sempre tenuto la barra a sinistra. Basta sfogliare La toga rossa di Francesco Misiani e Carlo Bonini, quasi il breviario di una lunga stagione in bilico fra impegno professionale, slancio ideale e militanza ideologica, per trovare Bruti nel gruppetto di testa delle toghe cosiddette democratiche. «Il Pci - scrivono Misiani e Bonini - è il soggetto politico di riferimento naturale dell’ala maggioritaria di Md. Salvatore Senese, Elena Paciotti, Edmondo Bruti Liberati, Nuccio Veneziano, Giancarlo Caselli, Vittorio Borraccetti, condividono non solo una sintonia politica con Botteghe Oscure ma anche l’idea di un percorso “gradualista” che abbia quale obiettivo la riforma di un sistema capitalista». Insomma, secondo Misiani, che di quel raggruppamento ha fatto a lungo parte, Md ha sempre fiancheggiato nelle aule dei tribunali l’azione del Pci-Pds.
Naturalmente, al passo con i tempi: oggi certe sentenze e pronunce degli anni Settanta e primi anni Ottanta appaiono lontanissime, quasi lunari. Anzi, tanti segnali e da ultimo le affilate dichiarazioni di Bruti sembrano far vacillare il teorema che vede nel partito delle Procure la longa manus dei partiti di sinistra. E anzi, lo rovesciano. «Siamo stati ai tempi della Bicamerale - ha detto lui non più di due settimane fa - siamo oggi con la riforma istituzionale e l’ordinamento giudiziario, saremo domani, se necessario, anche con il governo del centrosinstra strenui difensori dell’assetto costituzionale della magistratura». Dove quel riferimento alla Bicamerale è un avvertimento esplicito: il tavolo bipartisan sulla giustizia voluto da Massimo D’Alema, il tentativo di trasformare il paese dei pubblici ministeri in un paese normale, svanì per l’opposizione dell’Anm, benedetta da Oscar Luigi Scalfaro.
La verità è che Bruti Liberati parla da leader senza mostrare soggezione per nessuno. Il curriculum, del resto, la dice lunga sul suo spessore: consigliere al Csm dal 1981 al 1986, segretario, vicepresidente e dal 2002 al 2005 numero uno della potentissima Anm. In questa veste ha duellato infinite volte con Castelli contestandolo un giorno sì e l’altro pure su tutti i temi in agenda: ordinamento giudiziario, ex Cirielli, tagli alla giustizia.
In parallelo ha lavorato nelle aule a Milano, dove è stato a lungo sostituto procuratore generale, ha realizzato nel 2004 il suo capolavoro «politico»: contestò col metro dell’ironia la scelta del tribunale di sorveglianza di Napoli che aveva chiesto il carcere per Lino Jannuzzi, opinionista «irrecuperabile». Bruti difese i cinquant’anni di carriera giornalistica di Jannuzzi e propose una misura più soft, l’affidamento in prova ai servizi sociali. Così nelle scorse settimane, quando è stato nominato Procuratore aggiunto - con possibile ma non ancora sicura collocazione alla guida del dipartimento in cui si indaga sulle scalate bancarie - è stato proprio il senatore di Forza Italia il suo più strenuo difensore: «Io non posso che essergli grato. Con me ebbe un comportamento più che corretto». E con un solo aggettivo gli ha tributato il complimento più alto: «Equidistante».