Le toghe anti-Berlusconi hanno raschiato il fondo

Caro Granzotto, secondo lei il richiamo di Veltroni a una campagna elettorale pacata e senza colpi bassi - appello che chi è sincero democratico non può non appoggiare - lo sarà anche da quelle procure della Repubblica che puntualmente in ogni occasione importante per la vita pubblica tirano fuori un dossier contro Berlusconi?


Nessuno può dirlo, caro Possenti. L’obbligatorietà della azione penale è un po’ come il lotto, sia detto senza offesa. Anche consultando la Smorfia o affidandosi alla soffiata in sogno del nonno buonanima, non è umanamente dato conoscere in anticipo i numeri che verranno estratti. Va detto però che a farci ben sperare c’è il fatto che negli ultimi tempi e riferendoci sempre alla figura del Cavaliere, quelle tali Procure danno l’impressione di grattare ormai il fondo del barile accusatorio, di essere cioè un tantinello a corto di argomenti per avviarla, l’azione giudiziaria. Da legnate quali l’associazione per delinquere o l’associazione mafiosa, si è scesi (sono scese) infatti a quisquilie come il reato di raccomandazione a favore un paio di pimpanti giovanotte desiderose di apparire in tivvù. Fatte le debite proporzioni sarebbe come ridursi a voler trascinare davanti al tribunale della Storia un Attila perché non si lavava le mani prima di mettersi a tavola. Però, anche così, meglio stare in campana, caro Possenti. Glielo consiglio da probo cittadino che ripone piena, totale ed incondizionata fiducia nella maestà della Legge, questo è evidente. E che solo per sua ignoranza non gli quadrano certe cose. Come, ad esempio, il mistero del famoso faldone 9529/95. Tenuto per anni aperto «a carico di ignoti» ma inaccessibile, inconsultabile. E che ai detentori costò una azione disciplinare per avere «illegittimamente» e «reiteratamente» opposto agli ispettori inviati dal ministero il segreto investigativo sul fascicolo, «violando i loro doveri di magistrati e intaccando il prestigio dell’ordine giudiziario». Però il faldone è ancora top secret.
E l’altrettanto famoso Cd contenente l’intercettazione eseguita al Bar Mandara di Roma? Dove tra un bitter e un cappuccino si dissero cose portate poi dall’accusa come una delle prove sovrane del processo Sme? Beato chi ebbe il privilegio di ascoltarlo, quel Cd. Finì infatti in mille pezzi prima che potesse essere riprodotto in aula. Avvenne, ma guarda il caso, che sfuggisse di mano ad un tecnico il quale, per evitare che cadesse a terra (dove non avrebbe subìto alcun danno), con istintiva reazione lo serrò tra le ginocchia, finendo per romperlo, spezzarlo in mille pezzi. Deve sapere, caro Possenti, che allorché venne reso noto lo spiacevole incidente, un po’ per gioco e un po’ per tigna mi intestardii a provare a distruggere un Cd serrandolo fra le ginocchia. Serrandolo, badi bene, non facendolo cadere per poi bloccarlo fra le gambe, azione già di per sé ardua. In quindici tentativi, dodici volte il dischetto si curvò per poi schizzar via come una saetta. Nel corso degli ultimi tre tentativi e ponendo maggior attenzione e forza, i Cd si infransero dividendosi però in due. Non in pezzi come venne detto e come si giustificò l’impossibilità materiale di rimettere in sesto quello contenente la «prova sovrana». Tengo a ripeterlo, caro Possenti: non sono certo fatterelli come questi a incrinare la saldezza della mia fiducia nella giustizia. Ma sarei più rilassato se si facesse un po’ più di luce su questi e altri, parecchi altri, fatterelli. Salvis iuribus, ovviamente.