Le toghe che giudicano il premier? Anti Cav in servizio permanente

Ecco la vera anomalia italiana: magistrati tutt'altro che imparziali. Dalla Gandus a Magi fino a Ingroia, i giudici agiscono da leader dell'opposizione

La devolution? «È espressione della generale posizione antidemocratica, centralista, autoritaria della controriforma». Sorpresa, chi sarà mai il politico o il sindacalista che ha espresso questo giudizio così affilato sulla riforma federalista tentata dal governo Berlusconi cinque anni fa? È lo stesso personaggio che nel febbraio 2006 ha impallinato la politica di Berlusconi con parole durissime: «Vi è un’inderogabile priorità: la cancellazione delle principali leggi che sono state adottate quasi esclusivamente al fine di perseguire gli interessi personali di pochi, ignorando quelli della collettività. Solo con la loro abrogazione sarà possibile restituire credibilità al paese». Chi è dunque questo strenuo oppositore che non perdona nulla al Cavaliere? È Nicoletta Gandus, il giudice di Berlusconi, il magistrato del processo Mills, la toga che presiede la decima sezione del tribunale, quella che potrebbe gestire il processo per il Rubygate. Sempre che il fascicolo non arrivi alla quarta sezione, guidata da Oscar Magi, da trent’anni una colonna portante di Magistratura democratica, la corrente di sinistra delle toghe. Magi è a sua volta il giudice che sfila in corteo con Ilda Boccassini per difendere la Costituzione dall’assalto del solito governo Berlusconi e saluta il governo Prodi auspicando l’abrogazione «dell’orrenda riforma Castelli».
Nessuno, sia chiaro, vuole mettere in discussione la libertà di pensiero o affermare che la Gandus e Magi siano pericolosamente inclinati, come la Torre di Pisa, sul lato della parzialità. O, peggio, dell’ideologia. No, non è questo. Ma è chiaro che qualcosa non torna: la si chiami pure anomalia, vocabolo che ormai copre un’area semantica sterminata, o in altro modo, ma fa un certo effetto vedere toghe che al mattino processano Berlusconi e al pomeriggio scrivono libri contro il presidente del Consiglio, firmano appelli contro di lui, salgono sul palco di infiammate manifestazioni antiberlusconiane.
Eppure così funziona l’Italia. E i più potenti altoparlanti dell’opposizione al Cavaliere sono proprio alcune delle più autorevoli toghe di quelle due procure che in questi anni hanno stretto in una tenaglia il premier: Palermo e Milano. Palermo, si sa, da molto tempo scava sulle origini del patrimonio del Cavaliere, sui suoi presunti rapporti con Cosa nostra, addirittura sull’ipotesi surreale che Berlusconi sia fra i mandanti occulti delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Questioni delicatissime e controverse, temi esplosivi che si trascinano fra furibonde scintille dalla discesa in campo del Cavaliere, nell’ormai lontano 1994, indagini aperte, chiuse e riaperte più di una volta. Antonio Ingroia, magistrato brillante, è al timone di molti procedimenti condotti sotto i riflettori dell’opinione pubblica. Eppure in simultanea Ingroia trova il tempo per scrivere un pamphlet ipercritico con il Cavaliere e la sua politica giudiziaria: C’era una volta l’intercettazione. E lo stesso Ingroia partecipa, sia pure indirettamente, all’ammucchiata antiberlusconiana applaudita dal pubblico accorso al Paladozza di Bologna il 10 dicembre scorso. Uno spettacolo conclamato fin dal titolo: Il dittatore del bunga bunga. Nella locandina il nome di Ingroia è in mezzo a quelli di Antonio Di Pietro, Marco Travaglio e Dario Fo. Una sorta di santa alleanza anti Cav. In verità quella locandina promette quel che non mantiene: quel giorno Ingroia non va a raccogliere la standing ovation del pubblico bolognese, concede invece un’intervista trasmessa nel corso dell’happening. Ma ancora una volta quel che conta è l’effetto domino. I retropensieri inevitabili che il poker Di Pietro-Travaglio-Fo-Ingroia suscita. I soliti sospetti che quell’appuntamento si porta dietro come uno sciame inquietante.
È il contesto che stupisce. I comportamenti militanti fuori dal campo. E qualche volta, di riflesso, anche quelli in aula. Fuori e dentro il palazzo di giustizia. Quel tribunale in cui il pm Fabio De Pasquale arriva a contestare l’agenda del premier e la sua scelta di partecipare al consiglio dei ministri e non all’ennesima udienza di rito ambrosiano.