Toghe contro governo: riforma inaccettabile

La commissione del Senato dà il via libera al nuovo ordinamento giudiziario: si dimette la giunta dell'Anm e i magistrati minacciano lo sciopero. Di Pietro: "No all'inciucio"

Roma - La commissione Giustizia del Senato dà il via libera alla riforma dell’ordinamento giudiziario, che oggi arriva in aula. Per il Ds Cesare Salvi, presidente della commissione, quello approvato dopo il ritiro di alcuni emendamenti del governo avversati dall’Unione è «un buon testo». E si augura che nell’assemblea si ritrovi quel confronto «sereno e costruttivo» raggiunto con l’opposizione. Ma è questa la prova dell’«inciucio», per Antonio Di Pietro che annuncia il voto contrario dell’Italia dei valori. Si è modificato il testo, accusa il ministro, «per accontentare i desideri della Cdl, punire i magistrati e giustificare i reati dei notai eccellenti». Di Pietro vede formarsi sulla giustizia «una maggioranza anomala e di comodo».

«Nessun inciucio», replica Clemente Mastella. Se così fosse, dice il Guardasigilli, avrebbero partecipato i senatori dell’Idv, che «non hanno difeso le posizioni del governo». Se Di Pietro e i suoi voteranno contro, Mastella avverte che «riferirà a Prodi e a Napolitano». Ma Di Pietro in serata assicura che non farà cadere il governo. Negano l’inciucio sia Renato Schifani di Fi che Altero Matteoli di An che assicurano il voto contro.

Clamorosamente, il testo riesce a scontentare, per motivi ben diversi, sia i magistrati che gli avvocati. Si dimette la giunta dell’Anm, per protesta contro l’«inaccettabile» ultima versione del ddl Mastella. Il sindacato delle toghe si spacca e viene impedita la proclamazione di uno sciopero per il 16 luglio, ma il «parlamentino» delle toghe deciderà martedì prossimo se andare avanti su questa strada.

I penalisti, invece, hanno già incrociato le braccia da ieri e continueranno a farlo fino a domani, bocciando duramente la riforma che si sta delineando. E proclamano altri 6 giorni di sciopero dal 16 luglio.

Dopo tante trattative tra maggioranza e governo, scontri tra i due poli e mediazioni del Guardasigilli Clemente Mastella, il risultato non sembra affatto rassicurante. E la minaccia di Di Pietro si aggiunge all’ostruzionismo annunciato dalla Lega.

Il Senato ha deciso di dibattere sulla riforma fino al 14 e alla Camera si preannunciano tempi stretti. Ma il presidente della commissione Giustizia di Montecitorio, Pino Pisicchio, avverte che non si potrà approvare un provvedimento a «scatola chiusa». La scadenza del 31 luglio, però, incombe: se entro questa data non sarà approvata la riforma rivista e corretta, entreranno in vigore parti della Castelli che sono state sospese.

L’Anm esprime una valutazione «severamente critica» sul testo e teme che in aula siano introdotti elementi «ulteriormente peggiorativi». Se sarà così, l’astensione dalle udienze sarà inevitabile. Nelle 4 ore di dibattito la corrente moderata Magistratura indipendente insiste per fissare lo sciopero. La critica al testo della Commissione è durissima e favorevoli alla protesta estrema sembrano anche le correnti di sinistra Movimento per la giustizia e Articolo 3, ma alla fine prevale la linea della corrente maggioritaria Unicost e della rossa Magistratura democratica, che blocca i più intransigenti. Si teme che proclamare lo sciopero sia «controproducente» e si preferisce tenere sotto pressione maggioranza e governo. Rimane la mozione, approvata all’unanimità, in cui la giunta si dimette.

Sono dimissioni «finte», per l’ex ministro della Giustizia Roberto Castelli, perché «il governo ha un atteggiamento supino nei confronti dei magistrati». Giuseppe Gargani di Fi annuncia che l’opposizione sarà «intransigente». Ma Roberto Manzione della Margherita avverte che l’ostruzionismo non conviene, perché se verrà messa la fiducia si approverà una riforma peggiore.