Toghe eversive, ecco perché serve una commissione d’inchiesta

Roma Silvio Berlusconi vuole «una commissione d’inchiesta per evidenziare se all’interno della magistratura ci sia un’associazione con fini a delinquere». Il premier ne parla uscendo dal tribunale di Milano, dopo l’udienza del processo Mills, ma non è una novità assoluta se l’ultima proposta di legge sull’uso politico della giustizia, presentata a febbraio 2010 da Jole Santelli e Giorgio Stracquadanio, ripropone quella firmata da Fabrizio Cicchitto e Michele Saponara nel 2001.
Il Cavaliere e i suoi pensano a quella magistratura militante, con le bandiere rosse e lo spirito fortemente ideologizzato, che da sempre è stata in stretto collegamento con il Pci prima e i suoi eredi poi, fino all’attuale Pd, ma anche con Rifondazione comunista, Pdci e alcune forze extraparlamentari.
Chi si sorprende e si sgomenta, come Osvaldo Napoli del Pdl, di fronte al documento costitutivo di Magistratura democratica, forse non ha seguito negli anni la storia del collateralismo politico di questa corrente di sinistra delle toghe.
Il vicepresidente dei deputati pidiellini invita tutti a rileggere quel testo, mentre si onorano i magistrati vittime del terrorismo e infuria la polemica, con il solito Umberto Bossi che prende le distanze: «Commissione d’inchiesta? Non so cosa sia. Non parlo di magistrati, perché ce n’è qualcuno stronzo ma uno non può dire che siano tutti stronzi».
Più che un sindacato, Md in effetti appare come una formazione «combattente» che vuole attuare un ben preciso modello politico-sociale. «Occorre rendere esplicito - si legge nell’atto di nascita - il fondamento ideologico degli obiettivi che l’associazione propugna. In altre parole occorre inserire codesti obiettivi in un’organica concezione della società e dello Stato».
Dalla fondazione a Bologna nel 1964, la corrente negli anni si organizza, meticolosamente e capillarmente sul territorio, per reclutare, formare, indottrinare e pungolare schiere di magistrati «impegnati» in un preciso progetto politico.
Dice ancora l’atto di fondazione: «Il movimento si pone di indirizzare l’attività associativa ad una radicale svolta che la situazione generale del Paese e le aspettative in essa prepotentemente affiorate rivelano ormai matura. Tali aspettative si concretano nella richiesta ogni ora più pressante di rottura delle strutture istituzionali ereditate da un lontano e tragico passato e nella esigenza di instaurare la nuova tavola di valori scaturita dalla Resistenza e consacrata nella Costituzione».
Bastano pochi anni ad Adolfo Beria d’Argentine per capire che Md è troppo organica al partito della falce e martello e addirittura vicina a forze extraparlamentari così fanatiche e violente da fiancheggiare il terrorismo. È lui, nel 1969 a guidare gli scissionisti che lasciano la corrente e fondano il movimento «Impegno costituzionale».
Md negli anni si alimenta agli scritti di giuristi come Franco Bricola, Giorgio Ghezzi, Stefano Rodotà, Franco Cordero, Gustavo Zagrebelsky. E continua a richiedere una precisa scelta di campo ai suoi iscritti, superando i timori di eventuali accuse. «Il superamento del piano corporativo - dice ancora l’atto fondativo - inevitabilmente comporta una presa di posizione ideologica, perché ad essa ci si è sempre inconsciamente o consciamente sottratti evidentemente nell’erroneo timore che l’affrontarla conducesse ad assumere una qualificazione politica determinata». Un timore, viene da dire, non così erroneo.