Le toghe incrociano le braccia contro la riforma

L’accusa dell’Anm: il testo ha intenti punitivi e non risolve i problemi

Emanuela Fontana

da Roma

Il lungo applauso seguito alla parola «sciopero» pronunciata in mattinata dal vicesegretario dell’associazione Nazionale magistrati Nello Rossi era l’indicazione che l’agitazione ci sarebbe stata, approvata a larga maggioranza. E la conferma è arrivata poche ore più tardi: il consiglio direttivo dell’Anm che si è riunito nel pomeriggio ha indetto per giovedì 14 luglio la protesta formale contro la riforma dell’ordinamento giudiziario proposta dal governo, in discussione al Senato. È la quarta volta che i magistrati scioperano contro il ddl che propone la separazione delle carriere tra giudice e pm, un provvedimento «su cui non c’è discussione», scrive l’Anm in uno dei punti del documento in cui conferma l’agitazione. Una riforma «devastante», un «regolamento di conti», attaccano i più alti vertici dell’associazione magistrati. Il Parlamento «non ceda ai veti» reagisce il ministro della Giustizia Roberto Castelli.
«La scelta di scioperare è un momento di grande responsabilità e di amarezza - ha detto il presidente dell’Anm, Ciro Riviezzo dopo la decisione del direttivo, presa per acclamazione -. Lo sciopero è un atto estremo, ma noi non perdiamo mai la speranza che dal Parlamento arrivino parole di buonsenso». L’associazione delle Toghe scrive nel documento che «i lavori parlamentari sull’ordinamento giudiziario stanno proseguendo di fatto senza discussione alcuna e in mancanza di un adeguato esame». L’iter della riforma secondo i magistrati è proseguito tra «blindature», «maxiemendamenti» e «contingentamento dei tempi». Ma soprattutto, secondo l’Anm, al Senato «non si è tenuto conto dei rilievi formulati dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi».
Il capo dello Stato aveva respinto alle Camere la proposta di legge con un «messaggio motivato» lo scorso dicembre. Ma secondo l’Anm a Palazzo Madama non si sta prendendo in considerazione neanche «un emendamento che proveniva dalla stessa maggioranza - hanno scritto i magistrati nel documento - e che rispondeva a uno dei rilievi del capo dello Stato». Al di là della risoluzione, Claudio Castelli, del comitato direttivo centrale dell’Anm, ha parole ancora più dure: «I magistrati fanno pochi scioperi e sciopereranno mal volentieri. Ma la controriforma sarà devastante per l’intera giurisdizione».
L’omologo ministro, Roberto Castelli, passa dunque al contrattacco e invita i senatori a non cedere a nessun condizionamento: «Ora sta al Parlamento decidere se esercitare il potere legislativo che la Costituzione gli assegna in via esclusiva - è l’appello del Guardasigilli - oppure se accettare i veti di forze extraparlamentari». La riforma della Giustizia, sottolinea, «era nel programma elettorale della Casa delle libertà che è stato votato dai cittadini e si trova all’esame del Parlamento dal marzo 2002. È stata discussa oltre ogni misura e la magistratura ha fatto di tutto per fermarla, trovando ascolto all’interno del Parlamento».
Nella parte finale del documento l’Anm esprime «fortissima preoccupazione per una così grave rottura degli equilibri costituzionali» e ribadisce la sua «ferma contrarietà a una pessima legge». Il testo ufficiale parla di «intenti punitivi da parte dei promotori» in un provvedimento che «non risolve uno solo dei problemi che affliggono la giustizia e che non porterà nessun beneficio ai cittadini». Una riforma «vorrei ma non posso», commenta Ettore Randazzo, presidente dell’Unione delle Camere Penali.
Già in mattinata, nell’assemblea dei 300 magistrati nella sede della Corte di cassazione, il segretario Antonio Patrono aveva attaccato frontalmente il governo: la riforma è un «regolamento di conti - ha dichiarato - che una parte politica pretende di fare con una magistratura che in realtà ha fatto solo il suo dovere». Ma che fra tre settimane incrocerà le braccia: «Mi sembra che non sia accettabile che un potere dello Stato scioperi contro un altro - commenta il capogruppo della Lega alla Camera, Andrea Gibelli -. Ho l’impressione che si muovano più come un partito politico».