Le toghe intoccabili

Ilda Boccassini, nota alle cronache semiserie come “Ilda la rossa”, si è dimessa dall’Associazione nazionale magistrati. Nella lettera di poche righe con cui ha comunicato la sua decisione s’è limitata ad accennare a motivi “maturati nel tempo”. Ma coloro che conoscono bene le risse dalle quali è dilaniata la categoria dei giudici si sono affrettati a spiegare che la Boccassini, provvista d’un curriculum professionale discusso benché importante, ma forte soprattutto d’una travolgente notorietà mediatica e politica, non ha sopportato che a lei sia stato dal Consiglio superiore della magistratura preferito un collega, Francesco Greco, per la poltrona di Procuratore aggiunto della Repubblica a Milano. Una bega burocratica, tutto sommato: che tuttavia, avendo per protagonista la Boccassini, assume agli occhi dei suoi molti sostenitori le caratteristiche d’un insopportabile sfregio.

Non è lecito umiliare così, protestano i fedeli, la condottiera di crociate contro la mafia e contro la corruzione, l’amica del popolo, la nemica di Previti. Simone Luerti, presidente dell’Anm, spera che la Boccassini ci ripensi, Fabio Roia - che siede al Csm, è angosciato «perché se ne va dall’Anm il miglior magistrato che l’Italia ha», la senatrice Lidia Menapace di Rifondazione comunista offre una sua svelta spiegazione: «Ilda è stata penalizzata perché donna». Manca in queste deplorazioni e recriminazioni un elemento sul quale la sinistra si sarebbe avventata con travolgente slancio, se appena le fosse stato possibile: quello d’un complotto reazionario in danno di Ilda, in quanto donna e in quanto rossa. Ma Berlusconi non è più a palazzo Chigi, l’ingegner Castelli non è più guardasigilli, il Csm non perde occasione per reagire con altezzosa asprezza alle critiche che dal centrodestra gli vengono mosse.

Il “caso” Boccassini è tutto all’interno della magistratura e della sinistra. L’una e l’altra, lo sappiamo, tarantolate da rivalità e contrasti che si placano solo se è possibile far fronte comune contro il Cavaliere. Ma in questa specifica circostanza il Cavaliere latita. Devono vedersela tra loro, e dirci se l’ira funesta della Boccassini sia da addebitare a eccesso di presunzione o a legittima consapevolezza del proprio valore.

Da osservatore esterno mi limito a una considerazione di carattere generale. Gli organismi di rappresentanza dei magistrati - e i singoli magistrati - vanno ripetendo a noi esterni che nessuno deve interferire nelle faccende che li riguardano, che le toghe devono essere assolutamente autonome, che l’illuminata volontà del legislatore - oltre che dei magistrati stessi - ha apprestato strumenti validi per risolvere ogni problema.

Lo strumento sovrano istituzionale si chiama Csm, lo strumento sindacale si chiama Anm. Noi profani siamo stati incessantemente esortati a genufletterci di fronte a questi simboli di suprema indipendenza. Ma poi accade qualcosa di strano. Accade che i magistrati, se ritengono d’essere stati maltrattati nelle promozioni o in altro, si rivolgano al Tar, chiedano cioè a un organo estraneo alla magistratura ordinaria di commettere ciò che da loro viene dipinto come un sacrilegio: ossia intromettersi nei riti dei giudici.

Accade inoltre che Ilda Boccassini, osannata dall’Anm e dalla stessa indicata come campione d’una magistratura progressista, butti nel cestino la tessera e impugni la bandiera - rossa ovviamente - della ribellione o la bandiera bianca della defezione. Al diavolo l’Anm: non per un contrasto ideologico, non per esprimere dissenso solenne da prese di posizione istituzionali, ma per una questione di poltrone. L’intoccabilità delle toghe e dei loro organismi vale per tutti: tranne le toghe.