Le toghe militanti in allarme: «Lui è la nostra bestia nera»

I magistrati non perdonano a D’Alema l’intesa della Bicamerale sulla giustizia: «Se arriva al Quirinale, darà di sicuro molte bacchettate. Mica come Ciampi...»

Anna Maria Greco

da Roma

Ora che i magistrati vedono allontanarsi lo spettro di Giuliano Pisapia ministro della Giustizia, ecco che si materializza l’incubo di Massimo D’Alema presidente della Repubblica e dunque al vertice del Csm.
«Dopo Silvio Berlusconi, è lui la bestia nera delle toghe militanti, dei giustizialisti più accesi - dice un dirigente dell’Associazione Nazionale magistrati -. Per molti rimane l’uomo dell’inciucio con il Cavaliere, della Bicamerale del 1997 che sulla giustizia, con la bozza Boato, andò ben oltre la riforma Castelli e aprì la strada alla sostanziale separazione delle carriere». E un togato del Csm aggiunge: «Se arriverà al Quirinale, di bacchettate ai magistrati ne darà di sicuro. Mica come Ciampi».
Di scontri e tensioni è lastricata la strada dei rapporti tra il leader Ds e le toghe, anche se ora nessuno osa criticarlo a viso aperto. Da politico puro lui ha sempre ripetuto che le toghe devono stare al «loro posto», guardando con sospetto al protagonismo di certi magistrati, agli sconfinamenti, al corporativismo che resiste a qualsiasi riforma. E, dai tempi di Mani Pulite, non ha risparmiato le critiche. Memorabile è rimasto il suo scontro nel 1998 con Gherardo Colombo, che teorizzava la necessità di agire fuori dalla politica, con azioni giudiziarie e altro, visto che questa era tutta una «commedia mascherata» (con Polo e Ulivo sullo stesso piano). Sull’Unità D’Alema definì il pm «un estremista» e disse: «Se i magistrati si candidano a vendicatori della storia patria questo alimenta timori e sospetti».
Gli attriti con l’Anm raggiunsero il culmine quando presiedeva la Bicamerale. Oscar Luigi Scalfaro dal Colle e Giovanni Maria Flick da ministro della Giustizia del governo Prodi tuonarono che la Commissione non doveva occuparsi di giustizia, ma lui accettò la proposta di Berlusconi e andò avanti. Attirandosi gli strali del vertice del sindacato delle toghe, guidato da Elena Paciotti, che arrivò a minacciare le dimissioni soprattutto quando i lavori andarono avanti e si arrivò ad una serie di proposte fortemente avversate dalla magistratura, dalle priorità di politica giudiziaria fissate dal Parlamento alle due sezioni del Csm, alla riforma dell’azione disciplinare, alla separazione delle carriere.
Con un passato così D’Alema non è certo l’ideale, secondo le toghe associate, per presiedere lo Stato e l’organo di autogoverno. Si dice che sia molto in fibrillazione una parte della maggioritaria Unicost e quelli della corrente di sinistra Movimento per la giustizia. Il leader Armando Spataro, oggi nella giunta dell’Anm, è stato tra i più decisi a chiedere all’Unione la radicale cancellazione della riforma Castelli che, invece, per D’Alema non è proprio da buttare. Anche Magistratura democratica ha due anime e quella più corporativo-giustizialista non vede di buon occhio la possibile ascesa del leader Ds al Colle. Per non parlare di Magistratura indipendente, la corrente più lontana dalla sinistra.
Per un gioco del destino è appena diventato presidente dell’Anm quel Giuseppe Gennaro che l’ha guidata già dal 2000 al 2002 e che proprio allora con D’Alema ha avuto uno scontro durissimo, di cui pochi sanno. «Incontrammo i Ds in un giro di consultazioni - racconta un magistrato che c’era - e Gennaro criticò la Bicamerale riguardo alla separazione delle carriere. D’Alema, allora, si lanciò in una requisitoria pesantissima contro i magistrati di circa 20 minuti. Disse che alcuni non sapevano stare al loro posto, che avviavano indagini sbagliate per mettersi in mostra e che non c’erano controlli sufficienti anche sulla loro professionalità. Si riferì anche ai guai che aveva passato per anni, per la vicenda Greganti e le indagini del magistrato Carlo Nordio sui finanziamenti alle cooperative rosse. Rimanemmo di sale». Gennaro, adesso, preferisce ricordare che, alla fine, D’Alema lo tranquillizzò. «Disse che con la Bicamerale non aveva mai inteso offrire la giustizia sul piatto della governabilità e negò di essere favorevole alla separazione delle carriere». Ma in quanti gli credettero?