Le toghe nel pallone

Tutti davanti al giudice, con le antenne dritte. La Lega calcio e la Rai, Adriano Galliani e Sandro Curzi - di persona o in effigie - oggi sfilano in Tribunale a Milano per un motivo notoriamente molto giudiziario: l’attribuzione dei diritti televisivi in chiaro delle partite del campionato di calcio mediante asta pubblica con busta chiusa.
Sarà un momento di estasi del diritto. Finalmente l’uomo in toga potrà sublimare il suo ruolo nella società con quello dell’unico giudice che in definitiva lo sopravanza per popolarità mediatica: l’arbitro di calcio.
Dopo aver determinato svolte nel culto religioso degli italiani (sul crocifisso a scuola) e aver discettato in lungo e in largo sull’educazione dei figli; dopo aver sequestrato aerei privati scambiando un tubo di Pitot per una mitragliatrice e annullato matrimoni; dopo aver battezzato nuovi, postmoderni reati (per la disdetta di una polizza una compagnia assicurativa è stata condannata per danno esistenziale), ecco che il giudice scopre di avere i tacchetti sotto le Church. E scende in campo. Resta in piedi un dilemma: userà la grazia di Kakà o la ferocia di Gattuso?
Di solito il giudice si occupa malvolentieri di calcio quando si tratta di tenere lontani gli hooligans dagli stadi, ma questa volta evidentemente non può proprio esimersi: tutti conosciamo la pericolosità di un’asta pubblica con offerte in busta chiusa. Scherzi a parte, la decisione di bloccare tutto è come minimo singolare. È vero che la Lega calcio ha organizzato l’asta in una ventina di minuti (ci ha messo di meno il Liverpool a rimontare il Milan); è vero che la Rai pensava di far valere la propria primogenitura nella trattativa, ma basta questo per far intervenire il giudice laddove sarebbe bastato un buon notaio?
Non c’è nulla di più equidistante e democratico di un’asta pubblica con offerte in busta chiusa. È un cardine del libero mercato. Vale per appalti miliardari e compravendite ordinarie, perché non dovrebbe valere per i diritti tv del pallone? E perché non dovrebbe valere per la Rai? Abituata a dettar legge per mezzo secolo in regime di monopolio, l’azienda pubblica malsopporta la concorrenza. E spesso dà segnali di insofferenza.
Così, alla scadenza del contratto con la Lega, la Rai sperava di poter rinnovare al ribasso o tutt’al più alla pari, come unico competitor. Ma aveva fatto i conti senza l’appetito atavico del pallone, messo alle corde dai debiti e dalle plusvalenze selvagge. «La Lega - come ha rivelato il suo presidente Adriano Galliani - ha avuto mandato dai suoi rappresentati di ricavare il più possibile dai diritti tv in chiaro». S’imponeva l’asta, e asta sarebbe stata se la Rai non avesse fatto catenaccio.
Così, tutti davanti al giudice, che nel dettaglio è Giuseppe Tarantola, celeberrimo arbitro del processo Cusani, altrimenti noto come il processo di Norimberga della prima Repubblica. Quello in cui Antonio Di Pietro e Giuliano Spazzali giocavano. E lui, assiso in mezzo a loro, ogni tanto fischiava. Come Collina.