Le toghe offendono e i politici tacciono

È passato sotto silenzio, ma nulla di meglio per capire i rapporti tra magistratura e politica che gli arresti domiciliari di Ottaviano Del Turco.
A chiedere di rimandarlo a casa sono stati gli stessi pm di Pescara che lo hanno voluto in carcere, Giampiero Di Florio e Giuseppe Bellelli. Nessun ripensamento. Per il duo, l'ex Governatore continua a essere un tangentista della Sanità abruzzese e «uno dei capi del sodalizio criminoso». Un poco di buono da prendere con le molle. Tanto è vero che non lo hanno voluto libero in attesa del processo, ma prigioniero in casa.
E allora perché rispedirlo in famiglia? E qui viene il bello. Non per ragioni umanitarie, perché - poniamo - la villetta di Collelongo sia più confortevole del carcere di Sulmona e l'imputato pur sempre un ultrasessantenne. No, il motivo è tutt'altro. Per i pm, Del Turco in carcere riceveva troppe visite, mentre in casa sarà più sorvegliato.
Già questo di considerare la casa più «sicura» della gattabuia è una bizzarria da stramazzare. Ma lasciamo correre e veniamo ai sospetti delle toghe. Loro non hanno affatto gradito l'andirivieni nella cella di Del Turco dei politici che andavano a confortarlo: onorevoli, senatori, europarlamentari. Troppo alto, secondo i pm, il rischio di fare arrivare messaggi agli altri indagati e – possiamo arguire – la tentazione del prigioniero di chiedere sottovoce agli amici un contributo per confondere le acque.
Questa è appunto l'idea che i magistrati hanno dei politici. Non solo del loro imputato, ex ministro, ex segretario del Psi, tra i fondatori del Pd. Ma di tutti gli altri che, con la scusa di rincuorarlo, se ne fanno complici. Una categoria, quella dei politici che – agli occhi delle toghe – è una banda di malavitosi pronta a dare oggi una mano a un sodale in ceppi per garantirsene domani – non si sa mai – l'omertà e l'aiuto.
Così i pm di Pescara hanno interpretato le visite al recluso di Sulmona, tra gli altri, di due ex presidenti del Senato, Franco Marini (Pd) e Marcello Pera (Pdl), dell'europarlamentare del centrodestra, Giuseppe Gargani, del deputato del centrosinistra, Pierluigi Mantini. Tutti sospettati di avere poi fatto ambigue dichiarazioni alla stampa che avrebbero intimidito due importanti testimoni e indagati – tali Boschetti e Cesarone – dissuadendoli dal collaborare con la giustizia.
Non risulta che il Parlamento abbia reagito all'insulto, contrariamente al Csm che fa la vergine offesa a ogni critica ai magistrati.
Un bell'urlo dei politici ci starebbe invece a pennello. Il riequilibrio dei poteri passa anche di qui.