Toghe rosa, parità ancora lontana: «Tribunale monopolio dei maschi»

Pomodoro: «In Italia manca il rispetto della persona» E metà delle donne avvocato si sente discriminata

Parità nella diversità. Come uno slogan, questo obiettivo ha accompagnato tutti gli interventi del convegno «La professione forense al femminile nell’anno europeo delle pari opportunità», svoltosi ieri nell’aula magna del Palazzo di Giustizia.
«Sussistono ancora forme di discriminazione - ha esordito il presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano Paolo Giuggioli - ciò nonostante negli ultimi anni abbiamo assistito ad un progressivo incremento delle presenze rosa che ci incoraggia». Se nel 2001 le donne avvocato, sommate alle praticanti, raggiungevano quota 45,4 per cento, quest’anno la loro somma si è avvicinata sempre più alla metà degli iscritti: infatti, più di 48 avvocati su 100 a Milano sono donne. «C’è ancora tanto da fare - ha continuato Giuggioli - ed il Comitato pari opportunità delle donne avvocato milanesi è lo strumento giusto per realizzare iniziative come la creazione di speciali asili nido per coloro che devono dividersi tra una professione che amano e la loro famiglia». Quaranta professioniste su 100, interrogate da un questionario elaborato dal comitato, infatti, hanno ammesso di aver dovuto rinunciare o rinviare la maternità proprio a causa del lavoro.
«Ad un certo punto della mia carriera - ha rivelato l’avvocato Generale Manuela Romei Pasetti - mi sono guardata allo specchio e mi sono chiesta cosa volessi nella vita: solo un lavoro o anche una famiglia tutta mia?» Così ha scelto la seconda opzione e ha lasciato l’avvocatura per la magistratura che meglio si concilia agli orari di una mamma. «La nostra diversità - ha continuato Pasetti - deve essere usata come motivo di potenziamento, perchè parificare non significa trasformare le donne in uomini, ma al contrario, significa darci la possibilità di valorizzare le nostre peculiarità».
Tutti gli oratori del convegno, per questa volta senza distinzioni di sesso, sembrano d’accordo: quando la carriera avviene per cooptazione, le donne vengono penalizzate. Quando invece, la carriera viene scandita da meccanismi basati sul merito, le donne non restano indietro rispetto ai colleghi maschi. Ecco un esempio: nelle diverse facoltà universitarie le donne che si laureano con 110 e lode sono il doppio degli uomini. E ancora, ogni 100 vincitori dell’ultimo concorso per entrare in magistratura, 60 sono donne. Donne che hanno dovuto attendere il 1965 per diventare giudici, ma che in 50 anni hanno raggiunto il 40 per cento dell’intero organico.
Se le capacità non mancano, allora qual è il problema? Perchè nel 2007 più della metà delle donne che pratica l’attività forense si sente discriminata? «Il nostro paese - ha spiegato durante il convegno il Presidente del tribunale Livia Pomodoro - è carente della cultura del rispetto delle persona». Poco importa se sia maschio o femmina, perchè «se non si risolverà questo problema di acculturazione a livello nazionale, non esisterà mai alcun tipo di parità».
Una parità a livello economico, visto che il reddito degli avvocati con la gonna è più basso dei colleghi con i pantaloni. E una parità che consenta alle giovani praticanti di non essere più discriminate da colleghi e superiori. «Ci vogliono delle quote rosa temporanee - ha proposto la professoressa di diritto costituzionale Marilisa D’Amico - questo, infatti, è l’unico modo per rompere un monopolio a cui gli uomini, da soli, difficilmente rinunceranno».