Toghe rosse mobilitate: sberleffi contro il Cavaliere

È la parodia di Silvio. Il cabaret sull’affaire Ruby. Lo sberleffo sul caso del giorno. Nello Rossi, procuratore aggiunto a Roma, sale sul palco del congresso di Magistratura democratica, la corrente di sinistra dei giudici italiani, e va all’attacco del premier utilizzando più o meno le sue stesse parole, solo capovolte: «Anche noi amiamo la vita - spiega Rossi - e gli amori. Non siamo dei moralisti. E qualcuno si spinge sino all’estremo di avere un buon cuore». Ovvio il riferimento, sul registro del sarcasmo, all’autodifesa del Cavaliere, nella bufera per la minorenne marocchina: «Amo le donne e la vita. Sono una persona giocosa e piena di vita. Io sono uno di cuore, mi muovo per aiutare le persone in difficoltà».
Nello Rossi, invece, si muove per punzecchiare il premier, anzi gli sbarra la strada esponendo il suo punto di vista, che poi è quello di un autorevole rappresentante dell’eterno partito dei giudici. Dunque, Rossi, com’è nella tradizione di Magistratura democratica, punta il dito contro il Governo che timidamente, fra distinguo e retromarce, prova a mettere mano alla tante volte evocata e mai realizzata riforma della giustizia: «Non va bene che una posticcia filosofia dell’amore serva per coprire la faccia odiosa di uno Stato troppo spesso violento e feroce con gli ultimi, quelli per i quali nessuno telefona alla polizia». Così, attraverso un breve ragionamento, si passa dai principi generali ai fatti concreti e individuali. Se Berlusconi si scomoda per Ruby e contatta la questura di Milano, Rossi ricorda i tanti poveracci sballottati come gusci dalla corrente. Ecco che al caso della cubista arrivata fino ad Arcore contrappone quello che ha avuto per protagonista un mendicante: «Gli hanno sequestrato 3 euro e 15 centesimi per un fantasioso addebito: abuso della credulità popolare perché tremava nel chiedere l’elemosina e quindi ingannava il popolo dei passanti».
Fin qui siamo sul piano delle storie, quasi del controcanto alla vicenda di Arcore. Poi Rossi detta la sua linea, linea di opposizione come è nel Dna di Md e da ultimo dell’Associazione nazionale magistrati, un po’ come si muovono sul versante del lavoro la Fiom e la Cgil che un tempo giocavano di sponda con il Pci-Pds e oggi, col Pd tiepido come un brodino, fanno di testa loro. Dunque Rossi non concede nulla a questo governo: «Le riforme che sta preparando il ministro della Giustizia su disposizione del presidente del Consiglio sono il più organico e esiziale progetto di mortificazione e di riduzione della giurisdizione che sia mai stato concepito nel nostro paese».
Duro durissimo, Rossi. Quel che si profila all’orizzonte è, a sentire lui, il peggio del peggio: «Una polizia sostanzialmente padrona delle indagini, un pm avvocato della polizia, giudici intimiditi attraverso strumenti disciplinari nelle mani del ministro della Giustizia».
Pare di risentire il Gianfranco Fini dei giorni scorsi che è riuscito, lui che è un ex, a dare indirettamente del fascista al Cavaliere: «Sarebbe un grave errore tornare alla soggezione dei pm all’esecutivo, com’era nel fascismo»; Fini che ha messo paletti e filo spinato un po’ ovunque nel cantiere berlusconiano, Fini che recentemente ha aperto al partito dei giudici, ha incontrato i vertici dell’Anm, ha intercettato le simpatie di molti magistrati. Con il risultato che il congresso della sinistra in toga tributa una sorta di standing ovation al leader di Fli. Per Giuseppe Cascini, volto noto di Md ma anche segretario dell’Anm, «è un bene per il Paese che non vengano approvate leggi finalizzate a intervenire su singole vicende e non a risolvere i problemi della giustizia». Per Vittorio Borraccetti, consigliere al Csm, quello di Fini è un passo avanti molto importante». E per Antonio Ingroia, procuratore aggiunto a Palermo, «è una buona notizia l’attenzione nuova anche all’interno della maggioranza al principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e ad impedire che si amplino aree di impunità personale».
Dunque Fini apre ai giudici, anzi a volte sembra il loro portavoce, i giudici contraccambiano. I pm di Roma chiedono al gip l’archiviazione della pratica Montecarlo senza nemmeno interrogare il presidente della Camera e l’introvabile cognato, Giancarlo Tulliani, il partito dei giudici boccia su tutta la linea il Cavaliere e con lui il pacchetto delle norme che l’esecutivo dovrebbe approvare. Risultato: la destra ex fascista e le toghe rosse si scambiano l’anello come promessi sposi. I promessi sposi che accerchiano il premier.