Le toghe «verdi» garantiste solo coi terroristi

Massimo Introvigne

I mandati di arresto della Procura di Milano, nell’ambito dell’oscuro caso Abu Omar, contro alcuni dei più brillanti agenti del controspionaggio italiano - cui si deve tra l’altro la liberazione di ostaggi italiani in Irak - è un atto di tracotanza che neppure i magistrati milanesi si erano permessi finché a Palazzo Chigi c’era ancora Berlusconi e al ministero della Giustizia Castelli. Si tratta di una destabilizzazione gravissima, e probabilmente voluta, di una delle poche istituzioni che in Italia funzionano, e che per ora ci hanno salvato da attentati in stile Londra o Madrid: il controspionaggio. È un gesto ipocrita, perché le «toghe verdi», garantiste solo nei confronti del terrorismo islamico - che ha «solo» ucciso qualche decina di migliaia di persone, astenendosi da comportamenti che Borrelli e i suoi nipotini giudicano ben più gravi, come telefonare a un paio di guardalinee - agiscono come mandanti di una sinistra che da anni predica che i terroristi non si battono con le guerre in Irak o in Afghanistan, o con le reazioni militari di Israele, ma con un paziente lavoro di intelligence. Quando però l’intelligence opera davvero - e in nessun Paese del mondo lo fa seguendo le istruzioni del manuale del chierichetto - la Procura di Milano la mette in galera.
Il provvedimento milanese conclude, e radicalizza, un progetto in atto da tempo tramite il quale un pugno di «toghe rosse», trasformate in «toghe verdi» per odio contro gli Stati Uniti, contro Israele e contro il governo Berlusconi che ha sostenuto la guerra al terrorismo di Bush e di Sharon, ha sistematicamente disfatto la tela di Penelope che le forze dell’ordine costruivano con rischio e fatica. Da anni carabinieri e polizia identificano e catturano cellule terroristiche, ma i giudici assolvono e i terroristi spariscono. Si va dall'ordinanza di Napoli del 2004 con cui si ritiene non provata la natura terroristica del Gruppo islamico armato (Gia) algerino, che ha fatto da solo almeno centomila morti, a un ampio gruppo di sentenze lombarde (non solo milanesi), ormai una vera e propria giurisprudenza, secondo cui è lecito reclutare in Italia «combattenti» destinati a compiere attentati in Irak perché non si tratterebbe di terrorismo ma - come recita testualmente una sentenza di Milano - di «forze armate diverse da quelle istituzionali». La stessa sentenza assicurava che Ansar al Islam, l’organizzazione del defunto al Zarqawi (che taglia sistematicamente la testa a ostaggi innocenti e piazza bombe nei mercati e sugli autobus), è una «guerriglia» che «non ha obiettivi di natura terroristica». Le donne e i bambini irakeni dilaniati ancora questa settimana in due mercati di Bagdad dalle bombe di Ansar al Islam ne trarranno conforto.
Il provvedimento di Milano non solo mette sullo stesso piano guardie e ladri, agenti dei servizi americani e italiani che (forse commettendo qualche errore e, diciamolo pure, qualche abuso) svolgono però il loro lavoro e arrestano terroristi e manutengoli di Al Qaida, ma sembra addirittura ritenere eticamente e politicamente più nobile l'attività «anti-imperialista» dei fondamentalisti rispetto a quella degli investigatori. Ora le «toghe verdi» colpiscono al cuore, dopo polizia e carabinieri, anche i servizi. Bin Laden sentitamente ringrazia, ma il Guardasigilli Mastella può fare solo due cose: intervenire duramente, o andarsene da un governo ormai in mano alla follia anti-americana e filo-islamica della sinistra più estrema da cui ha sempre detto di voler prendere le distanze.