Togliatti, così si salvò (per fortuna)

Chi ama le costruzioni storiche fondate sui «se», può chiedersi adesso - 60 anni dopo l’attentato a Palmiro Togliatti - quale sarebbe stata la sorte dell’Italia «se», appunto, i conati insurrezionali di quelle giornate tumultuose fossero diventati rivoluzione vera e propria. Il giuoco delle ipotesi non mi affascina particolarmente, e personalmente credo che il quadro nazionale e internazionale non consentisse svolte brusche. Era questa, del resto, anche la convinzione di Togliatti, che non avrebbe esitato a scatenare una sommossa qualora avesse ritenuto possibile la sua riuscita, ma che in quel momento, in quella situazione - e in perfetta obbedienza al pensiero di Stalin - non la voleva: gli sembrava impraticabile e, per usare un termine del lessico comunista, avventuristica.
Essendo sopravvissuto ai colpi di Antonio Pallante, il Migliore poté esortare alla calma i notabili del Pci che a loro volta frenarono le masse in fermento. Ma con la morte di Togliatti - ipotesi tragica che solo per circostanze accidentali non si verificò - cosa sarebbe accaduto? Nessuno è in grado di dare una risposta all’interrogativo. La guerra civile, sfiorata, sarebbe forse diventata realtà. Quel verdetto della sorte che protesse Togliatti cambiò forse il corso delle vicende d’Italia. Il che conferisce particolare interesse all’inedita documentazione di Andrea Cionci sulle caratteristiche del proiettile che raggiunse Togliatti all’osso occipitale.
Sì, l’Italia rischiò davvero di piombare nel caos e di diventare il terreno di scontri sanguinosi e d’una possibile guerriglia. Il Paese, che dopo il trionfo della Dc di De Gasperi nelle «politiche» del 18 aprile 1948 pareva normalizzato e in qualche modo sedato, vedeva riaffiorare veleni faziosi e vendicativi che avevano contrassegnato il periodo dopo la Liberazione, e che si poteva sperare fossero stati eliminati. La componente armata - e disposta a far uso delle armi - d’un Pci che pure s’era atteggiato a osservante delle regole democratiche e a forgiatore della Carta costituzionale, si riaffacciava dal profondo dei suoi recessi clandestini. Prostrati ma non domati dalla débâcle del 18 aprile - giustificata con i soliti pretesti della congiura imperialista e dell’oscurantismo clericale, e comunque molto più devastante per i socialisti - i comunisti di più accesa fede videro nel folle gesto dello sciagurato Pallante l’occasione per una sorta di rivincita. Ciò che avvenne in alcuni punti nevralgici della Penisola rassomigliò molto a una prova generale di rivolta, l’Italia non si rese abbastanza conto d’essere sull’orlo del baratro, di proposito non fu dato rilievo drammatico agli atti di violenza, numerosi e gravissimi, che insanguinarono il Paese.
Gli uomini che avevano le maggiori responsabilità di governo, il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e il ministro dell'Interno Mario Scelba, seppero agire con fermezza e con saggezza insieme. Si pensi alle insidie che venivano da una polizia dove non erano stati eliminati tutti gli elementi di più ostentata fede partigiana - nella versione comunista - e nello stesso tempo al rischio che affiorassero, nel clima di tensione, spunti fascistoidi.
Ripeto. Quand’anche le violenze fossero diventate rivolta l’Italia sarebbe sicuramente rimasta nell’ambito dell’Occidente. Può anche darsi che il 18 aprile sia stato - come tuttora sostengono tanti progressisti, un successo delle beghine e dei baciapile: ma non si può dar torto alle beghine e ai baciapile se, chiamati a scegliere tra la tutela americana e quella staliniana, preferirono la prima. Furono più saggi d’una intellighenzia che, spocchiosa allora, spocchiosa è rimasta. La favola bella della rivoluzione mancata per la vittoria di Gino Bartali in una grande tappa del Tour de France è troppo semplicistica e troppo edificante, ma merita d’essere difesa, per il suo candore.
Il fatto è che Togliatti per fortuna si salvò, le ipotesi d’un complotto con grandi vecchi a tramare caddero presto di fronte alla sprovvedutezza di Pallante. Il Migliore poté poi guidare le battaglie della sinistra contro il piano Marshall, contro il Patto Atlantico, contro l’Europa, insomma contro tutto ciò che consentì all’Italia di progredire prodigiosamente anche se tumultuosamente mentre i Paesi dell’Est sprofondavano nell’oppressione e nella stagnante povertà del socialismo reale. Togliatti era stato curato, dopo l’attentato, da un luminare della medicina, il professor Pietro Valdoni, che gli aveva presentato un conto piuttosto salato. Si dice che Togliatti, provvedendo al pagamento, avesse commentato: «Ecco il saldo, ma è danaro rubato». Valdoni rispose: «Grazie per l’assegno, la provenienza non mi interessa».
Mario Cervi