Togliatti e il fantasma di Baffone

Il titolo non è proprio allettante (Compagno cittadino. Il Pci tra la via parlamentare e la lotta armata, Rubbettino, pagg. 509, euro 26), ma i contenuti di questo libro di Salvatore Sechi danno un contributo interessante allo studio del mistero chiamato Togliatti, e della sua creatura politica e partitica. Sechi ha le carte in regola come ricercatore e come saggista, per numerose pubblicazioni. Nelle pagine di quest’ultimo volume ha attinto largamente a documenti - ora consultabili - degli archivi statunitensi. Si aggiunga che Sechi porta in questo studio la sua esperienza personale di militante comunista. Cinquantenne come i D’Alema e i Veltroni, s’intruppò nell’esercito rosso quando già era remoto il ricordo di quella tremenda lacerazione che fu la rivolta di Budapest.
«Come tesserato - scrive Sechi - dal 1969 alla prima metà degli anni Ottanta sono vissuto a lungo nella condizione di ospite sgradito». Riluttava infatti alla disciplina tipo Frattocchie, rimanendo tuttavia sensibile ai richiami dell’estremismo. Ho apprezzato la sincerità con cui Sechi, amico di Adriano Sofri, ne rievoca la vicenda. «Ho vissuto per un tempo immemorabile le traversie di Sofri con la convinzione che non poteva avere ordinato un delitto come l’assassinio del commissario Luigi Calabresi e insieme con la difficoltà di capire perché il suo accusatore, Leonardo Marino, dovesse inventarsi l’accusa». E poi, in uno slancio di verità e di espiazione: «Tutti abbiamo la colpa di aver sparato a Calabresi, di avere tristemente gioito per la sua orribile morte... È la ragione per cui nella liberazione di Sofri proiettiamo l’incapacità, da esseri vili, di riconoscere che ha pagato e sta pagando per un’azione voluta, alla fine, da tutti noi».
Decenni dopo quella stagione di errori e di orrori, Salvatore Sechi s’è chinato, con professionale freddezza, sui trascorsi del partito comunista. Non per ricavarne un pamphlet, ma per tracciarne un profilo attendibile. Oggi più che mai, nell’imperversare della polemica sul revisionismo, e nel tuonare degli appelli alla sacralità della Resistenza, viene ribadita con arroganza da tanti la singolarità del Pci nell’universo sovietico o filosovietico. Si batte e ribatte su temi risaputi: la sostanziale moderazione di Palmiro Togliatti, i suoi meriti come cofondatore della Repubblica, le parole di pacificazione che pronunciò anche dopo l’attentato di Pallante. Un padre della Patria, magari un po’ spregiudicato, ma degno d’essere tuttora onorato. È insomma ragionevole, non stravagante, che «il Migliore» ponesse il Pci a rimorchio del Risorgimento, e non esitasse a incamerare non solo l’eredità storica d’un Garibaldi, ma perfino quella di Camillo Benso di Cavour.
Astuzie dialettiche d’un dottor sottile, spiega Sechi. Il nocciolo duro del Pci covava ben altri sentimenti. Sechi poté constatarlo nella sua iniziazione come iscritto. «Venni chiamato a redigere la parte del documento sulla democrazia interna da far approvare al congresso della sezione di strada. Feci una tirata su Stalin e sullo stalinismo che in Urss avevano bloccato lo sviluppo del libero confronto e della dialettica interna. Renzo Gianotti, un dirigente aperto e amichevole, dopo aver esaminato il testo mi disse sorridendo: “Tutto bene, c’è solo un problema che puoi valutare da te”. Mi trascinò in uno stanzino buio, spolverò con uno straccio un quadro che mi parve massiccio ed enorme. Man mano che la figura sotto vetro prendeva contorni mi si parò davanti sornione il ritratto paffuto, con i baffi spioventi, di Stalin».
La doppia natura del Pci non poteva avere migliore esemplificazione. Sechi accumula molte validissime pezze d’appoggio - molto interessante è la corrispondenza dei diplomatici americani in Italia - per dimostrare come l’armata clandestina del Pci non fosse una favola ma una minacciosa realtà, come gli arsenali d’armi esistessero, come i piani di difesa e d’offesa in caso d’emergenza fossero pronti. Tutto questo è stato ammesso da Paolo Spriano, dirigente comunista e storico. «L’organizzazione illegale del Pci costituisce un tratto non indifferente e non inutile di tutta l’attività del partito». Le pulsioni e i conati non si sono tradotti, è vero, in atti rivoluzionari o insurrezionali. Ma questa linea parlamentare - se vogliamo chiamarla così - non fu dettata da Togliatti. Fu dettata da Stalin.