Togliatti e Iotti Nessun aiuto agli amici ebrei nella mani di Stalin

Non di solo aborto fu impregnata la feroce amoralità di Palmiro e Nilde.
Per onestà intellettuale va precisato che il loro fu vero amore ritmato da passione travolgente, forse l’unica «caduta» negli amorosi sensi da parte dello spietato carnefice di polacchi, tedeschi, spagnoli, ungheresi, italiani.
Per l’ariana Nilde, Palmiro sacrificò il figliuolo colpito da due malattie insoffribili per gli stalinisti: i problemi esistenziali e l’essere ebreo.
Aldo Togliatti, ebreo e sofferente, non so se risieda ancora nella stanza 429 di villa Igea di Modena o abbia lasciato questa valle stracolma di lacrime e solitudine per lui. Oggi, dopo 30 anni di reclusione nella clinica psichiatrica - dal 1979, da quando morì mamma Rita -, l’israelita compirebbe 85 anni, avendo goduto soltanto delle tante sigarette «Stop», della «Settimana enigmistica», delle partite a scacchi col morto, nonché delle carezze di Onelio Pini, di Nuccia e degli altri parenti ebrei, i Montagnana.
Non risulta alcun tipo di interessamento da parte di Nilde Iotti e neppure della figlia adottiva Marisa Malagoli, che pure, essendo professoressa ordinaria nella facoltà di psicologia alla Sapienza, avrebbe potuto, forse, tentare di aiutare il fratellastro.
Medesima spietatezza denotarono Palmiro e Nilde verso i coniugi Slansky, i due ebrei cecoslovacchi, che accolsero nella loro dacia appena fuori Praga i piccioncini allo sbocciare dell’amore in fuga dall’occhiuto bigottismo del Pci. Rudolf e Josefa Slansky, anfitrioni affettuosissimi, cedettero addirittura il loro letto matrimoniale, dormendo sul divano, pur di regalare un’alcova degna di tanta passione al drudo Palmiro.
Galeotto fu Slansky, dunque, che era, peraltro, non un comunistello qualsiasi, bensì il segretario generale del Pcc. Purtroppo, Stalin, che, onorando il patto Ribbentrop-Molotov (1939) aveva già fatto omaggio ad Hitler di centinaia di ebrei sovietici, destinandoli al massacro, nel 1950-1951 decise che bisognava ripulire del tutto i partiti comunisti dai portatori insani di sionismo.
I giudici compagni, fautori e maestri del processo breve, in un solo anno, accusarono, processarono e fecero eseguire le condanne a morte. Resta agli atti della Historia il difensore di Rudolf - legale che piacerebbe assai a certi pm italiani -, visto che si appellò alla corte, chiedendo, tout court, la condanna a morte del suo cliente.
Su quattordici dirigenti del Pcc, finiti nel tritacarne delle toghe rosse, ben undici furono ritenuti rei d’essere israeliti, ergo nazionalisti borghesi, cioè sionisti, legati all’American Jewish joint distribution committee, nonché alla Massoneria. Insomma, a riprova della contiguità fra nazismo e comunismo, venne riproposto in versione rossa il delirio del complotto plutogiudaicomassonico.
Il cadavere di Rudolf fu cremato e le sue ceneri, ultimo sfregio, furono gettate nel fango. La vedova, sospetta sionista, venne reclusa per anni insieme ai figli, un maschio e una femminuccia, anch’essi col dna colpevole. Patirono fame e gelo, tanto che Josefa, attraverso un carceriere umano, fece giungere all’esterno un bigliettino rivolto all’amica-sorella, Nilde Iotti.
La lettera fu regolarmente spedita da Praga e recapitata a Roma. In essa non si chiedeva un impossibile sostegno di tipo garantista, ma soltanto un pacco con sciarpette, calzini, magliette, cuffiette per i due piccini.
La Iotti fece finta di niente. Josefa si stupì di tanta ingratitudine, eppure, per affetto, s’inventò delle giustificazioni, illudendosi sulla forza duratura dell’amicizia. Nella stagione della primavera di Praga scrisse di nuovo alla donna che aveva spesso ospitato. C’era Dubcek e il comunismo dal volto umano, eppure il viso della Nilde rimase impassibile. Non rispose e non si compromise con la deviazionista di destra. I carri armati del 1968 diedero ragione alla nostra stalinista.
Quando, nel 1990, Havel Consule, andai a Praga a incontrare Josefa, trovai una donna straordinaria, stremata dalla sofferenza e dalla povertà, più rughe che carne, eppure capace di gioire perché il figlio sopravvissuto alla polmonite era diventato ambasciatore cecoslovacco, nientemeno che... a Mosca. E la bimba, scampata all’inedia e ai brividi, adesso era un’affermata dottoressa.
Ringraziava il Creatore, continuando a illudersi che la Iotti non fosse un’ingrata. Le scrisse ancora un paio di volte.
Non ebbe risposta.