Da Togliatti a Marchionne Ad "Atreju" il pantheon degli anti italiani

Al raduno dei giovani del Pdl una rassegna sui personaggi accusati di
avere voltato le spalle al nostro Paese: giornalisti, politici,
modelle. E persino un re

Esiste davvero un Pantheon degli anti-italiani? I giovani del Pdl a quanto pare pensano di sì. Lo hanno costruito al festival di Atreju, a Roma, vicino al Celio, con nomi, facce e motivazioni. Stanno lì, accanto ai ragazzi del Risorgimento, gente come Mameli e Pisacane, o veline della diplomazia come la cugina di Cavour, quella contessa di Castiglione che trattò con Napoleone III l’alleanza con i Savoia. Di qua quelli che hanno fatto l’Italia, di là quelli che giocano contro. L’effetto è da polemica. Ci trovi Carla Bruni. «Ricca e viziata, segue la famiglia in Francia per paura delle Brigate rosse. Passa da una sfilata milionaria all'altra fino a scoprire la sua passione per gli uomini piccoli, potenti, e con la bomba nucleare. Dichiara di vergognarsi di essere italiana». C’è il re d’Italia in fuga, quel Vittorio Emanuele III fascista e badogliano: «Troppo basso per una spada regolamentare, lo chiamavano sciaboletta. Non abbastanza lunga, pare, per difendere il proprio Paese». C’è quello che nel partito chiamavano il migliore, Palmiro Togliatti, diviso tra due bandiere. «Definì i propri compatrioti miserabili mandolinisti. Antitaliano per ideologia, come tutti i suoi compagni». Ci sono Maramaldo, l’uomo che uccise un uomo morto («Mercenario al soldo di questo o quell’imperatore, non sempre vittorioso») e Bava Beccaris, che per aver preso a cannonate i lavoratori si meritò una medaglia. Ecco i volti di Francesco Caruso (giovin signore rivoluzionario) e Luca Casarini («Si è inventato un lavoro: il disobbediente. Oggi ha deciso di fare l’imprenditore del nordest, e manifesta contro le tasse»). È impietosa l’analisi su Giorgio Bocca: «Fascista durante il fascismo e partigiano appena non ce ne fu più bisogno». Non manca Borghezio, che «con quell’aria da Ollio padano non andrebbe preso sul serio». Accanto a lui l’espressione politica della prima Repubblica, Giulio Andreotti. Messo qui come simbolo di una stagione, che qualcuno rimpiange e altri vedono come età dell’oro. È la nostalgia di chi preferiva vivere nella politica dei favori e delle clientele, dove la speranza è conoscere l’amico dell’amico, quello che ti regala un posto alle poste o chiude un occhio se devi pagare le tasse. La prima Repubblica qui ha la faccia di Andreotti: «Lo hanno accusato di tutto, tranne della sua vera colpa: aver generato la maggior parte del debito pubblico italiano». Alla fine trovi perfino un manager in maglione blu. È Sergio Marchionne e un po’ non te lo aspetti. Anti-italiano? Per Atreju pare di sì. «Sposta la direzione Fiat negli Usa e lì compra la Chrysler, ma chiude gli stabilimenti e mette in cassa integrazione gli operai in Italia a carico dello Stato. Un altro grande capitano d’impresa con i soldi nostri. E se la tira pure».
Questa è la lista. La prima cosa che pensi vedendoli lì, imbalsamati, è che queste patenti servono solo a far chiacchierare la stampa. Si fa e qualche volta è utile. È vero, però, che una logica in tutto questo c’è. È una rivolta contro il potere che si crede furbo, contro chi ha insegnato agli italiani ad aspettarsi tutto dallo Stato, è l’assistenzialismo che non tramonta mai, è chi manca di coraggio, chi fa il rivoluzionario con il sangue degli altri, chi si vende e chi è troppo snob per amare l’Italia. È la voglia di ribellarsi a un destino che sembra più grande di te.
Atreju non è un nome scelto a caso. È uno dei protagonisti della Storia infinita. È lui l’eroe che cerca di ribellarsi al nulla. È questa la paura che si respira qui. Non avere un futuro. Vivere in un’Italia senza fantasia, senza coraggio, rassegnata, senza imprese e senza lavoro, e ancora impantanata nei vecchi vizi del Novecento, dove ognuno pensa al proprio rettangolo di piccoli interessi e mette veti e blocca tutto e spegne anche ogni bagliore di luce. Atreju si ritrova nel buio e l’unica luce è un piccolo granello di sabbia, tutto ciò che resta del regno di Fantasia. Il rischio è diventare tutti anti-italiani. Senza orgoglio e senza dignità. E come Maramaldo ritrovarsi a uccidere un paese morto.