Da Togliatti a Turigliatto, buio a sinistra

Sms tra i diessini: «Ma chi lo conosce questo?»

da Roma

Il destino di tutte le sinistre italiane, si muta in queste ore nello psicodramma, stretto tra settant’anni di storia e il battito d’ali di una sintesi onomastica estrema: da Togliatti a Turigliatto.
Del «Migliore» che non sbagliava una mossa si sa tutto. Del dissidente Franco Turigliatto, invece, fino a ieri si sapeva poco o nulla: è entrato nell’immaginario collettivo del paese in sole 24 ore, ma quelle gli sono bastate per mandare in cortocircuito un leader Maximo, un partito riformista (che ancora non c’è), due partiti comunisti (che c’erano) e un governo (che non c’è più). Praticamente una bomba atomica. E c’è anche un altro ricorso che induce un riflesso di stupore: fu il padre nobile di tutti i trotzkisti italiani, Livio Maitan, ad affondare il governo Prodi (il primo) con il voto decisivo che mise in minoranza Olivero Diliberto e Armando Cossutta nel più drammatico comitato centrale di Rifondazione (ottobre 1998). È stato un suo epigono (Turigliatto è nella stessa corrente fondata da Maitan) a diventare, con la sua astensione, capro espiatorio della caduta del governo Prodi (il secondo).
La ricomparsa dello spettro «trotzkista» fa riaffiorare anche in Transatlantico vecchi fantasmi, un dirigente ds di cui per carità di patria non facciamo il nome, ieri si chiedeva: «Come faceva quella canzoncina sul piccone di Stalin?... ». E passava dal riformismo europeo alle nostalgie politicamente scorrette per «il magnifico georgiano» che Lev Trotzky l’aveva fatto ammazzare («A còolpi di / piccòn!»).
L’immagine che raccontava più di tutte un disagio era una deputata di Rifondazione del calibro di Elettra Deiana, che ieri su un divanetto del Transatlantico era indaffarata a rispondere alle centinaia di Sms increduli che arrivavano sul su Comunicator: «Aiutooo!», «Mamma mia!», «Cosa avete fattoo!?», e - dulcis in fundo - «Ma chi è questo Turigliatto?». E vàglielo a spiegare che Turigliatto era stato appena espulso dal gruppo, è come chiudere il recinto dei buoi subito dopo la fuga.
Il vero paradosso della fiducia mancata, è che per la prima volta, tutte e due le sinistre sono andate in tilt insieme. La legge dei ricorsi storici voleva che massimalisti e riformisti si spartissero il campo con perfetta alternanza: se perdevano i primi vincevano i secondi (e viceversa). E che poi, tra diversi partiti comunisti, ci si dividessero i ruoli: se Rifondazione era ribelle il Pdci era moderato, Se Diliberto rompeva Bertinotti mediava (e viceversa). Incredibilmente, stavolta,si sono rotti le ossa rotte in tre: il riformista D’Alema ha pestato sull’acceleratore con uno dei suoi memorabili «Se perdo ce ne andiamo a casa» (l’altro lo disse al congresso dei Ds di Torino). Il ministro degli Esteri ha fatto un discorso da statista, ci ha messo pure la solita battuta di troppo, e forse stavolta se ne andrà davvero. Rifondazione ha subito il dramma dell’«effetto Turigliatto» e il Pdci la beffa del senatore scissionista Ferdinando Rossi, ma entrambi i partiti hanno subito il danno più grande, dimostrando di non controllare le loro truppe. Nel 1998 i dissidenti erano una corrente organizzata che usciva dal partito. Oggi sono schegge impazzite che mettono in crisi la linea «di lotta e di governo». Il Bertinotti vecchia maniera sosteneva criticando, il Giordano di oggi affonda la barca mentre chiama i militanti a manifestare per Prodi. Diliberto non riesce ad apparire né più a destra né più a sinistra di Rifondazione, solo egualmente incapace di controllare le sue mine vaganti.
E così questa crisi è anche l’epilogo di una scuola politica. Francesco Storace ha detto con una delle sue gag memorabili: «D’Alema ha fatto una relazione alla Forlani, una replica alla Togliatti, e in votazione è finito come Niccolai, il difensore del Cagliari celebre per le autoreti». C’è del vero. Se non altro perché D’Alema iniziò la sua carriera nel 1958, da bambino, con un mazzo di fiori e un discorso da pioniere davanti all’allora segretario del Pci (e a quel modello si è sempre richiamato con orgoglio). Ma anche Franco Giordano è cresciuto nel Pci, era nella Fgci quando D’Alema ne era segretario, e reincontrò il leader maximo nella sua Puglia quando quello venne a fare il segretario regionale. In questo quadro di famiglia che eternamente si anima e si ricompone, i «Maitan» e i «Turigliatto» sono l’anomalia genetica, i terminator trotzkisti che rompono le regole del gioco. E questa crisi diventa anche il funerale postumo del togliattismo italiano.