Togliere terreni ai ricchi per dare città ai poveri

Un saggio di Antonio Pennacchi racconta il "mal della pietra" che spinse Mussolini a costruire centinaia di borghi modello

La casa editrice Laterza, solitamente austera, ha avuto l’idea brillante di mettere una fascetta sbarazzina al nuovo libro di Antonio Pennacchi, Fascio e martello. Viaggio per le città del Duce (pagg. 342, euro 18). «Ci sono due ragioni per cui dobbiamo rendere grazie al Duce per la bonifica delle paludi pontine», recita la fascetta ricavata dalla «Presentazione aggratis» di Lucio Caracciolo: «La prima è che dopo non l’avrebbe fatta nessuno. La seconda è Pennacchi. No bonifica, no Pennacchi. Una catastrofe epistemologica».
In effetti Pennacchi (fratello del nostro Gianni) è un bene raro: un uomo che pensa al di fuori degli schemi. Infatti lo chiamano «il fasciocomunista», che è anche il titolo del suo romanzo (Mondadori) dal quale è stato tratto il più deludente film Mio fratello è figlio unico. Per quasi trent’anni operaio del turno di notte in una fabbrica di cavi, Pennacchi è diventato tardi (colpa degli editori) l’eccezionale scrittore che è, e sarebbe anche un gran bel giornalista se i giornali lo facessero lavorare. Lo feci io, quando dirigevo L’Indipendente, ma capisco che a un direttore faccia venire le palpitazioni: puoi stare certo che un suo articolo non sarà mai banale, ma non saprai mai se sarà di destra (molto di destra) o di sinistra (molto di sinistra). Non riuscii neppure a convincerlo a accontentare il mio vezzo direttoriale di abolire le «d» eufoniche, per esempio «e era»: «Nelle d eufoniche si nasconde il sorriso di Dio», mi fulminò. Che gli rispondi, a uno così?

Lo fa scrivere Lucio Caracciolo, direttore di Limes: lunghi articoli sulle «città di fondazione», ovvero le città nuove costruite dal fascismo. Una storiografia pigra ne ha sempre elencate soltanto 12, quasi tutte nelle paludi pontine. «Io nasco scrittore», esordisce Pennacchi. «Storico mi ci sono dovuto fare perché non c’era nessun altro». Girando l’Italia insieme alla moglie (immagino con mezzi e in alberghi modesti, ché ricchi non sono), ne ha catalogate sinora 147. Certo, non erano tutte vere e proprie città, al massimo borghi, però avevano la pianta, e in molti casi il progetto, di diventare città. E poi conta soprattutto il progetto politico, sociale e economico che c’era dietro.

Città di fondazione ce ne sono a decine in Sardegna, Puglia, Sicilia, persino in Alto Adige e in Valle d’Aosta, per non dire delle colonie: le sole regioni dove Pennacchi non ne abbia - ancora - scoperte sono Piemonte, Liguria, Lombardia e Umbria. «La pianura italiana era un deserto, “un deserto paludoso-malarico” dicono i geografi. E quelli \ sono andati a riconquistarlo con 147 nuove fondazioni. Hanno ripopolato la pianura. E tutto quello che hai fatto tu dopo - ivi compresi i disastri, poi dice la democrazia - lo hai fatto solo perché quelli t’avevano tracciato il solco». Il Duce - Pennacchi lo scrive con la maiuscola - «aveva il mal della pietra».
Lascio parlare l’autore, anche per dare un’idea della sua scrittura e una scrittura della sua idea: «Quello sarà stato pure Mussolini e avrà fatto la dittatura, il totalitarismo, le leggi speciali, le guerre, le persecuzioni contro gli ebrei - ci ha portato al disastro - ma da giovane era stato socialista e pure a Sansepolcro, quando ha fondato il fascio, aveva un programma di sinistra. Allora ha detto: “Sai che c’è? A me mica mi sta bene che io caccio i soldi e poi il guadagno va ai proprietari. E che cavolo, a questo punto do la terra ai contadini”. \ Togliere la terra ai grandi proprietari e darla ai contadini è una riforma di struttura marxianamente intesa, è rivoluzione». Furono fra un milione e un milione e duecentomila gli ettari che cambiarono proprietario, un’enormità, una cosa che non avveniva dai tempi di Giulio Cesare.

E qui si arriva al punto più forte del libro di Pennacchi quello che farà più discutere, se si avrà il coraggio di discuterne: le dittature borghesi, reazionarie e di destra, non sono solite regalare le terre ai contadini poveri. È un sospetto che era venuto anche a Togliatti, quando scrisse nelle sue Lezioni sul fascismo, del 1935, che il regime aveva «un’ideologia eclettica. Accanto all’ideologia nazionalista esasperata vi sono numerosi frammenti che derivano da altrove. Per esempio dalla socialdemocrazia». E Pertini ammise, molti anni dopo: «Fu una grande opera, sarebbe disonesto negarlo. Ricordo che il mio amico Treves era preoccupato: Sandro, mi diceva, se questo \ continua così, siamo fregati».

Quella di Pennacchi non è un’idea nuova. Qualcosa si trova in Il fascismo immenso e rosso di Giano Accame (Settimo Sigillo) e in A. James Gregor; Renzo De Felice distingueva tra il «totalitarismo di destra» nazista e il fascismo, più collegabile a un «totalitarismo di sinistra». La stessa alleanza con il grande capitale e con gli industriali non fu passiva, ma tesa a dare alle corporazioni dei lavoratori un’effettiva influenza nelle decisioni gestionali e produttive del lavoro, anche se poi il tentativo fu abortito a causa della grande crisi del ’29 e delle necessità belliche successive. Sintetizza Pennacchi: «Tu col tuo capitale industriale sei liberissimo di farci solo ciò che decide lo Stato, specie in autarchia». In definitiva Pennacchi ripropone l’idea del fascismo come «terza via», non esattamente mediana, «bensì un po’ più vicina al bolscevismo che alla socialdemocrazia».
Si tratta, insomma, di un revisionismo storiografico discutibile eppure da discutere. Si aprirà il dibattito? C’è da augurarselo, ma «il fasciocomunista» non ci spera: l’argomento è pesante, faticoso e meno eclatante di quello del «sangue dei vinti». Pennacchi conclude: «“L’egemonia della sinistra, eh? Che lo ha voluto nascondere”. Magari fosse così, che gli studi languano per la bieca premeditazione di qualcuno. Gli studi languono perché “la gente sono dei somari”. Diceva un amico mio. Chi glielo vietava - a quelli di destra - di andarselo a studiare loro?».
www.giordanobrunoguerri.it