«Toglietelo dalla strada» Così nacque un artista

Tony Damascelli

Chi lo doveva dire a Onofrio? Quello del ristorante Al Pescatore, dirimpetto al castello Svevo. Qui Bari non è ancora «vecchia» ma già incominci a usmarne i profumi o gli odori, dipende da quale sito provengano. Onofrio è il padrone del ristorante dove Tonino Cassano andava tra i tavoli a servire i clienti. Faceva il cameriere in attesa di diventare «u’ fenomn» che sarebbe poi il fenomeno. Magro e con i capelli irsuti Antonio Cassano non sapeva e al massimo sognava. Ma era già un giocattolo di lusso per i baresi, aveva soltanto quattordici anni e i tifosi gli chiedevano fotografia con autografo. Un giorno «Al Pescatore» si presentò un cliente petulante, chiamò un paio di volte Tonino al tavolo, gli mise sotto il naso un foglio bianco: «Firma qui, per favore, con simpatia...». Tonino non era per la quale: «Che mestiere fate, voi?» replicò e il petulante rispose: «Il carabiniere». Cassano avvampò: «Allora niente, l’altro ieri mi avete fatto la multa, siete una manica di st..., niente autografi, tu paghi per gli altri...».
Uno vero, già allora, senza zig zag che erano concessi in motorino. Tifava per l’Inter, al punto che la sua prima squadra si chiamava Pro Inter. Lo portò, un giorno, con la gola arsa per gli strilli e le mani gonfie per le mazzate Giovanna Perrelli che è la mamma padrona di Tonino: «Prendetelo e toglietemelo dalla strada», chiese Giovanna ad Antonio Rana che insieme con Saverio era il presidente della Pro Inter.
Tonino aveva sette anni ma già ne stava combinando mille. Le storie di famiglia, più cronache che storie, non lo avevano aiutato a crescere. Suo padre Gennaro, che lavorava da netturbino, aveva perso la testa per un’altra femmina e se ne era andato da casa, strada San Bartolooe, la «strada degli abusivi», così viene chiamata per colpa di quelli che hanno occupato i bassi. Gennaro lasciò il resto della compagnia in mezzo ai guai (poi ha cercato di recuperare il figlio. Troppo tardi, troppo furbo, respinto). Giovanna, bidella alla scuola Garibaldi, aveva perso il posto per una brutta vicenda di droga, un sacchetto di polvere bianca che la polizia le aveva trovato in casa, da qui il trasloco in carcere con tutti gli annessi.
Tonino si è portato appresso quei giorni maligni, se li è portati appresso a scuola dove è riuscito, dopo bocciature e sette in pagella, a strappare la licenza media grazie all’aiuto dell’assistente sociale, al secolo Anna Percoco. Erano anni difficili, dunque, per lui, per Barivecchia, che oggi vive la movida con i bar e i ristoranti di tendenza ma che allora viveva tra pistolettate e scippi, prostituzione e contrabbando, la capa girava e Tonino Cassano andava a cento all’ora sul motorino, senza il casco, sfidando il vigile o il carabiniere che puntualmente lo fermavano. Antonio Rana aveva però capito che «u uagliò», il giovane era uno vero anche con il pallone. Fece un viaggio a Firenze ma venne trascurato, salì a Milano nei giorni della staffetta Pellegrini-Moratti, il provino convinse Marini, che gestiva le giovanili interiste ma il cambio di presidenza fece svanire la trattativa, Tonino vide la Madonnina ma non la squadra del cuore. Rana lo portò da Larini a Parma, dopo un provino a Cesenatico, l’offerta di 3 milioni di lire per l’opzione venne rifiutata. Chiusa la valigia la coppia ridiscese a Bari e arrivò la chiamata dei Matarrese: «No, là non ci voglio giocare, là ci stanno soltanto i raccomandati» provò a respingere Cassano. Cento milioni fecero ricca la Pro Inter e Tonino vestì il biancorosso dei raccomandati.
Il film diventa a colori, belli forti. Il talento cresce, nei centimetri, nei muscoli, nelle quotazioni di mercato, la Juventus gli fa la corte, la Roma pure, sfida ultramiliardaria, venti, trenta, fino ai sessanta che Franco Sensi tira fuori per portare da San Nicola al Colosseo il ragazzo goloso di dolci, del «sorriso» in particolare, così aveva ribattezzato una torta di frutti di bosco, crema, panna che Onofrio preparava per clienti e carabinieri: lo faceva sorridere, dal piacere, dal «priscio».
Roma, un altro film. Totti e Capello, poi la dolce vita con la quale Tonino non ha nulla a che fare, a parte qualche colpo di sole sui capelli, a parte i tatuaggi metà di mille lungo il corpo. Niente pettegolezzi, niente notti pazze in discoteca e frequentazioni balorde. Sì, invece, alle cassanate di sempre, con le automobili più veloci di un aereo, con le scenate nello spogliatoio, durante gli allenamenti, dopo un cambio in partita, le mattane uguali a quelle di Barivecchia quando Antonio Rana lo trovava coricato a letto alle undici del mattino: «Ho la pubalgia, non me la sento» e allora Rana strillava, quasi lo prendeva a calci nel sedere per scuoterlo. Giorni duri, Tonino non guariva dai dolori al pube, quasi aveva testa di smettere con il pallone. Le stesse cose devono essere passate per la sua capa fresca nei mesi recenti, le mattine di domicilio coatto con mamma Giovanna mentre Capello lo aspettava a Trigoria, i pomeriggi di silenzio con Del Neri o Prandelli, Voeller o Spalletti, quel mese bello in Portogallo, con i sedicenti grandi di Trapattoni: «Io con Vieri, Totti e Del Piero posso giocare non con voialtri» diceva ai sodali dell’Under 21 che non lo sopportavano. Con Vieri, Totti e Del Piero ha giocato; questi, per motivi vari o vanno al tramonto o sono stanziali o non si curano di ciò che accade fuori porta. Tonino invece ha deciso. Madrid non ha il mare come Bari però il Real è una cosa bellissima, il sogno di qualunque calciatore, di qualunque giovine di Barivecchia, strada degli abusivi, alle spalle della Cattedrale, dove c’è ancora l’odore di vita agra, dove le scolaresche vanno in visita: «Questa è la casa dove è nato Antonio Cassano». Oggi senti rumore di nacchere.