«Tognazzi mi disse: sarai la Vitti del rock and roll»

La cantante ribelle si racconta: «Dopo il film “Ciccia bomba” avrei voluto fare l’attrice»

«Il rock mi ha attratto istintivamente sin da piccola. A 11 anni sono scappata di casa lasciando un biglietto per mamma: “Addio scappo coi Rolling”. Andai alla stazione di Castelfranco Veneto, direzione Milano per il concerto dei Rolling Stones. Mi chiesero i documenti e mi beccarono subito. Morale? Fui chiusa in collegio come interna dalle Dorotee. Per il rock mi sono giocata la libertà». Era già una ribelle Donatella Rettore, la cantante che ama stupire ma soprattutto difendere ad ogni costo la sua libertà di vivere e di esprimersi. Il cobra, Lamette, Kamikaze r’n’r sono solo la punta sbarazzina di un iceberg complesso e frastagliato. Provate a chiederle se si sente più provocatoria o trasgressiva. «Né l’una né l’altra - ribatte sorniona - sono me stessa ma sono decisamente conservatrice; amo il Natale, sono romantica, metodica però sono contro ogni tipo di emarginazione. Questa è la mia trasgressione. Mi vergogno a dirlo ma mi ha scoperto Cino Tortorella e a tre anni cantavo in piazza applaudita da Cesco Baseggio, amico di mia madre che era attrice goldoniana. Non ho mai cantato cose come Il triangolo no. I miei brani sono pieni di quel sense of humor che è nel mio Dna. In ogni cosa cerco disperatamente il lato divertente, e lo trovo anche quando non c’è. Infatti nella vita e nel lavoro mi sono sempre divertita, per questo me l’hanno fatta pagare». Addirittura... «Si, mi sento molto emarginata. Anche se nel 1983 ero nella classifica di Sorrisi & canzoni - tra gli artisti che avevano venduto più singoli nell’ultimo decennio, al settimo posto e seconda solo a Mina tra le donne - il mondo discografico non ha mai sopportato quelle come me, più portate alla ghignata che alla lacrimuccia e poi non ho mai amato le cose osée o volgari». Ovvero? «Dopo aver girato il film Ciccia bomba con Anita Ekberg confesso che avrei voluto fare l’attrice. Sono stata sfortunata perché mi voleva Sergio Leone (avevo inciso Far West tipo cantante da saloon) ma morì prima di potermi scritturare. Mi chiesero di lavorare in Attila ma dovevo apparire a seno nudo così rifiutai. Poi Tognazzi mi voleva ne Il petomane, diceva che mi voleva trasformare nella Vitti del rock. Mi pento invece di aver rifiutato un ruolo in Io Chiara e lo Scuro di Nuti ma non lo conoscevo. Il cinema è ancora il mio sogno».
Non ha però una grande opinione del business discografico. «L’ambiente musicale è un bellissimo cigno con le piume bagnate. I cantautori sono i parenti poveri dello spettacolo; si vendono pochi dischi ma tengono l’Iva al 20 per cento e non al 4 come i libri. Sanremo non è importante come i David di Donatello». Sono solo canzonette cantava qualcuno... «Appunto ma ci vuole anche la cultura della canzonetta. All’inizio, negli anni Settanta, facevo la cantautrice impegnata con brani sull’aborto come Maria Sole, pezzi dedicati a D’Annunzio o brani scritti da Gino Paoli come Ti ho preso con me! Nel ’74 andai a Sanremo con Capelli sciolti ma nessuno mi ha notato. Il primo vero successo fu Lailolà incisa in Italia ma diventata una hit in Germania (là ero il simbolo della ragazzina teutonica) e in mezza Europa». Poi però la svolta, il cambio di look, un po’ punk e un po’ sexy, il rock condito con melodia e cascami vari. «L’esperienza mi ha portato ad inventare qualcosa di nuovo e un po’ folle». Così i primi vagiti con Eroe che finalmente conquista le radio, l’esplosione di Splendido splendente che la lancia vincendo il Festivalbar, e poi Kobra («dedicata alla mia prima band, i Cobra appunto, con cui quando avevo 10 anni cantavo i pezzi di Patty Pravo e mi sentivo un maschiaccio, proprio come adesso»), Lamette, Donatella, Femme fatale e molti altri successi. «Ma ci sono tante cose che ho scritto da ascoltare con attenzione come Carmela (quella che «gettava caramelle avvelenate», infatti eseguendola al festival di Sanremo Donatella lanciava caramelle sul pubblico) o Di notte specialmente. Amo sfruttare le mie doti letterarie e psichedeliche, frutto della fantasia e dei miei studi. Sono interprete parlamentare e ho studiato le lingue e tanta letteratura».
Un periodo, quello a cavallo degli anni Ottanta, che è poco definire d’oro. Persino Elton John ha scritto più di un brano per lei e, Morra e Fabrizio le regalarono Amore stella, definito nel libro di Gianni Borgna Le canzoni di Sanremo «uno dei brani più emozionanti mai interpretati al Festival». «Ho lavorato con Elton John, Sting, Julio Iglesias, Kris Kristofferson. Appena li vedevo correvo a farmi firmare l’autografo. I miei manager dicevano:“ sei impazzita! Cosa fai? Sei in testa alla classifica”. Ma io mi eccitavo come una ragazzina. Così come oggi mi piacciono i Maroon 5 e i Linkin’ Park. In Italia non consiglio nessuno tranne me stessa». Ma poi è sparita dalla circolazione... «Non mi sono mai ritirata. Anni fa incisi Diavolerie ma lo ritirai subito perché non mi convinceva e questo l’ho pagato caro. Nel 2003 è uscito il cd Bastardo che, senza nessuna promozione ha venduto quasi trentamila copie».
E quindi s’è aggrappata alla tv con La fattoria. «Mi chiamarono a Music Farm, dove tra l’altro mi pagavano molto di più, ma io scelsi La fattoria. Lì mi sono resa conto di essere ancora forte, è stato come fare il militare. Ho voglia di lottare. Nel 2005 ho inciso e prodotto da sola l’album Figurine; era pronto per uscire con una famosa etichetta ma un amico mi disse: “lì sei solo un numero, vieni con una casa indipendente”, e sono cominciati i guai. Sono ancora in causa col produttore; ho perso la prima battaglia ma ho fatto opposizione. Comunque un disco uscirà per una major verso Natale: un libro fotografico e dvd dal titolo Figurine stralunate». Intanto prosegue la tournée. «Fino ad ottobre sarò in concerto con la band portando le mie canzoni in giro per l’Italia e l’Europa; la novità di quest’anno è il Portogallo».