Toh, anche la Stasi dietro il Sessantotto

Per quarant’anni l’hanno chiamato «il colpo di pistola che ha cambiato la storia della Repubblica Federale tedesca». È il colpo di pistola che il 2 giugno del 1967 uccise a Berlino Ovest lo studente ventiseienne Benno Ohnesorg durante una manifestazione organizzata dallo Sds (Movimento studentesco socialista) per protestare contro la visita di Stato di Reza Pahlewi, scià di Persia, considerato dall’estrema sinistra un servo degli americani. A sparare quel colpo fu un poliziotto berlinese, Karl-Heinz Kurras. Perché si disse che quella pallottola cambiò la storia della Germania Ovest? Perché diede il la al Sessantotto tedesco, o meglio alla sua deriva più dura e più violenta. Il «movimento» considerò l’uccisione di Ohnesorg come «la fine dell’innocenza»: esattamente come il «movimento» italiano considerò la strage di piazza Fontana. Quell’omicidio fu la ragione, o se preferite il pretesto, della svolta violenta della contestazione allo «Stato autoritario e filo-fascista», come si diceva allora. Non è un caso se una delle più grandi organizzazioni terroristiche tedesche si volle chiamare «2 giugno», proprio in ricordo della morte di Ohnesorg.
Ora quel colpo di pistola rischia di cambiare un’altra volta la storia della Germania. E di cambiarla radicalmente. Nel senso che si rovescia la prospettiva sul Sessantotto tedesco (e forse non solo tedesco) e sulla nascita del terrorismo.

Giovedì scorso, infatti, i due storici Helmut Müller-Enbergs e Cornelia Jas hanno trovato, quasi per caso, un documento sorprendente negli archivi della Stasi, la polizia segreta della Germania dell’Est. Karl-Heinz Kurras, l’assassino di Ohnesorg, ufficialmente dipendente della polizia della Germania Federale, era in realtà un agente segreto della Stasi. Lavorava insomma per la Germania comunista, alle dirette dipendenze di Markus Wolf, la più famosa spia della Ddr. La notizia è stata diffusa dalla tv di Stato tedesca e da un quotidiano, scatenando un dibattito che potrebbe gettare una luce completamente diversa sugli anni di piombo.

Per i tedeschi è uno choc. Stefan Aust, ex direttore del settimanale Der Spiegel, ha detto che questa notizia ha avuto in Germania lo stesso effetto che negli Stati Uniti avrebbe la rivelazione di un complotto del Kgb dietro l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. «Non mi sarei mai immaginato una cosa del genere», ha detto.
L’omicidio di Ohnesorg non solo incattivì la protesta studentesca. Ma contribuì, e in modo determinante, a diffondere un clima di sfiducia generalizzata nei confronti delle istituzioni democratiche della Germania Ovest. Della polizia, innanzitutto. Ma anche della magistratura. Ieri il quotidiano di Monaco di Baviera Süddeutsche Zeitung ha ricordato il processo che fu celebrato contro il poliziotto assassino, Karl-Heinz Kurras. L’imputato si difese con una versione che definire poco credibile sarebbe riduttivo. Disse di essere stato aggredito, e che cadendo a terra gli partì, accidentalmente, un colpo. Nonostante la smentita di molti testimoni oculari, Kurras venne assolto con un mezzo espediente, o meglio con un espediente intero: i giudici s’inventarono una specie di «legittima difesa putativa»; dissero insomma che Kurras non era né aggredito né minacciato, ma aveva buoni motivi per pensare di esserlo, e quindi aveva sparato per difendersi. Gli avvocati della parte civile, Otto Schily e Hans Christian Stroebele, che all’epoca facevano parte di qualcosa di analogo al «Soccorso rosso» italiano, trasformarono il processo in un caso politico, denunciando la sentenza-farsa. I due legali divennero essi stessi capi della protesta, percorrendo poi un’importante carriera politica: Schily è stato ministro degli Interni nel governo Verdi-Sinistra, Stroebele è tuttora un parlamentare dei Verdi. Fu in quel processo che si misero le radici della sfiducia nello Stato.

Da allora i movimenti di estrema sinistra presero forza. Lo Sds cominciò a crescere a dismisura. L’omicidio di Ohnesorg e la beffa dell’assoluzione di Kurras diventarono la giustificazione del terrorismo: nacque, oltre alla «2 giugno», la celeberrima Raf, Rote Armee Fraktion.
Ora la scoperta che Kurras era un agente della Stasi rovescia totalmente i sospetti su chi abbia voluto accendere la miccia. Molti ex sessantottini tedeschi dicono che non c’è la prova che quell’omicidio fu ordinato direttamente dalla Stasi, e che se anche così fosse non cambierebbe nulla. Sono discorsi che francamente sembrano più che altro una difesa personale delle proprie scelte di gioventù. Che lo scenario cambi, e non di poco, è evidente. È chiaro che, se si fosse saputo già allora che il poliziotto era un doppiogiochista al servizio della Germania comunista, non sarebbe stato possibile montare la propaganda che fu montata.

E infatti il dibattito è partito. Ieri la Frankfurter Allgemeine Zeitung ha dedicato al tema la sua sezione cultura. Ci si interroga sul «gioco sporco» della Ddr nel Sessantotto tedesco. Anche perché oltre all’omicidio di Ohnesorg sta emergendo un altro inquietante fantasma del passato. Quello nientemeno che di Rudi Dutschke, il Capanna tedesco, o forse ancor di più, il Sofri tedesco. Grande affabulatore e grande agitatore, Dutschke era il capo carismatico della contestazione studentesca quando, l’11 aprile 1968, venne ferito gravemente a Berlino da un misterioso imbianchino disoccupato (e con precedenti penali), Josef Bachmann. Dutschke sopravvisse, ma con una grave menomazione al cervello che lo portò poi alla morte nel dicembre 1979.

Ebbene ieri, sulla Süddeutsche Zeitung, il figlio di Rudi Dutschke - Marek, 29 anni - ha reso nota una lettera indirizzata dal padre alla moglie, lettera nella quale diceva di essere sempre stato nel mirino della Stasi, e di ritenere che fu proprio la Stasi, appunto, a ordinare l’attentato contro di lui. Dutschke era originario della Ddr ed era poi passato a Ovest; si batteva per un socialismo antiautoritario. Da qui i motivi del presunto odio della Stasi contro di lui. Dutschke è stato un mito non solo per il movimento tedesco, ma per quello di tutto l’Occidente.
Oggi Karl-Heinz Kurras ha 81 anni e vive solo a Berlino Spandau, in una modesta casa di periferia. Ha problemi con l’alcol. Ogni tanto qualche collega lo va a trovare e lo accompagna a fare una passeggiata. Una scena che sembra tratta dal film Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck. Chi siano questi ex colleghi - se ex poliziotti dell’Ovest o ex spie della Stasi - è un mistero. Come i tanti misteri che si portano dietro coloro che in quegli anni cercarono di manipolare, aizzare, deviare quel che stava scoppiando in mezza Europa.

Si è sempre detto e scritto, soprattutto in Italia, che i registi occulti di tante morti furono i servizi segreti occidentali. La Cia, il nostro Sid, e così via. S’è detto e scritto per tanti anni che, a fronte dell’avanzata della sinistra nel mondo occidentale, le forze reazionarie cercarono di fomentare la violenza rossa per spaventare l’opinione pubblica e provocare uno spostamento a destra o al centro dell’elettorato. Piazza Fontana è l’esempio principe. Ma anche di Calabresi si disse che era un agente della Cia, ex «uomo di fiducia del generale Edwin A. Walker, uomo di Barry Goldwater», scrissero Lotta Continua e l’Unità, anche se Calabresi non era mai stato in America in vita sua. E pure sull’omicidio di Moro è pesato il sospetto di una matrice «altra» rispetto alle Brigate rosse: ancora nel 1998, nel ventennale dell’omicidio Moro, Veltroni scrisse sull’Unità che le Br avevano solo «premuto il grilletto».
Ora gli archivi della Stasi aprono nuove piste. Vogliamo dire che il Grande Vecchio del terrorismo stava a Est? No. Vogliamo dire che più che probabilmente stava anche a Est. E che forse si rivelerà troppo semplicistica la tesi di chi, per anni, ha ritenuto che un’estrema sinistra violenta giovasse solo alle forze della «reazione». A quanto pare, anche a Est c’era interesse ad alzare il livello dello scontro.