Toh, c’è ancora un processo-Calvi

Quando, ieri pomeriggio, sui nostri computer è apparso il flash d’agenzia intitolato «Caso Calvi, tutti assolti», per qualche istante c’è balenato il dubbio che fossimo finiti per sbaglio in una di quelle macchine che permettono di viaggiare nel passato; poi, siccome simili macchine esistono purtroppo (o per fortuna) solo nei film, abbiamo pensato che forse avevamo bevuto troppo.
Che un processo sia ancora aperto a venticinque anni di distanza dall’episodio che si intende chiarire, infatti, è roba da ubriachi, non da Paese normale. Per questo, francamente, qui al Giornale (ma crediamo anche nelle altre redazioni) di quel processo nessuno sapeva niente. E se non lo sapevamo noi giornalisti, che dovremmo essere informati, figuriamoci i lettori.
Non è che la vicenda-Calvi sia poco interessante, intendiamoci. Anzi. Roberto Calvi, che era un massone della loggia P2 ma che aveva eccellenti rapporti anche in Vaticano, tanto che lo chiamavano «il banchiere di Dio», è stato non solo uno dei protagonisti, ma uno dei simboli dell’Italia degli affari, delle scalate, delle occulte manovre, dei loschi intrecci. Negli anni Settanta il suo potere (suo e quello dei suoi sodali con il grembiulino) non aveva praticamente confini, dalla finanza alla politica all’editoria. Si diceva, a giustificazione di tanto successo, ch’egli avesse stretto un patto con il diavolo. Ma poiché i patti con il diavolo sono redditizi nel breve o medio termine, ma finiscono malissimo, anche Calvi cadde rovinosamente. Travolto dal crac della sua banca, l’Ambrosiano, scappò a Londra, dove fu trovato morto il 18 giugno 1982, impiccato sotto un ponte che per un caso beffardo (o per una cinica scelta) si chiama «dei Frati Neri», nome che richiama fin troppo esplicitamente il mondo al quale il Nostro apparteneva.
Calvi, quando fu trovato appeso lì sotto, aveva nelle tasche quindicimila dollari e alcuni mattoni. Subito si impose il dilemma: suicidio oppure omicidio? Scotland Yard scelse la prima ipotesi, salvo poi ricredersi e pronunciarsi con un «verdetto aperto» che non chiariva nulla. Anche la magistratura italiana inizialmente optò per il suicidio, ma poi i dubbi costrinsero a un supplemento di indagini.
Tutto questo ci era naturalmente noto, così come ci era noto che a una soluzione del giallo non si era mai arrivati. Ma pensavamo che il caso-Calvi appartenesse ormai alla storia, e non alla cronaca. Invece, ecco qui la notizia che ci ha lasciati basiti: il processo è finito ieri, c’erano cinque imputati per omicidio volontario e sono stati assolti. E allo stupore nel leggere quelle poche righe d’agenzia s’è aggiunto immediatamente altro stupore nell’apprendere che quello di ieri era solo il processo di primo grado, e che nonostante i venticinque anni, i duecento faldoni e i 150mila riscontri non ha chiarito un bel niente, tanto che il tormentone è destinato a durare per chissà quant’altro tempo ancora. Gli imputati sono stati assolti, «ma dalla lettura del dispositivo - ha detto il pubblico ministero - emerge una certezza: è stato omicidio, e non suicidio». Quindi, ha aggiunto il magistrato, «ora andremo avanti alla ricerca della verità, non ci fermeremo».
Però a ben pensarci non c’è nulla di cui stupirsi.
L’Italia è il Paese in cui ancora si discute su chi abbia davvero sparato a Mussolini; su come sia morto Enrico Mattei; su chi abbia messo le bombe in piazza Fontana, in piazza della Loggia e alla stazione di Bologna; su che fine abbia fatto Emanuela Orlandi; su come siano morti Pinelli e Feltrinelli; su che cosa sia successo davvero nel cielo di Ustica.
Processi lenti, inefficienze nelle indagini? Certamente sì, l’Italia è il Paese dove i processi sono lenti e dove le indagini peccano spesso di pressappochismo e faciloneria. Mettiamoci pure gli intrallazzi di chi ha interesse a che la verità non venga mai a galla. Tutto vero. Ma c’è dell’altro. L’Italia è anche il regno della dietrologia, del «chissà che cosa c’è dietro». Chi c’era «dietro» i brigatisti» che rapirono Aldo Moro? Un Grande Vecchio? La Cia? Il Mossad? Gladio? La verità ufficiale, o quella comunque che appare come evidente, è sempre guardata di sbieco.
E la cultura del dubbio, o meglio del sospetto, non riguarda solo la politica. L’anno scorso, a quasi quarant’anni da un suicidio talmente evidente dall’essere stato confermato per iscritto dal diretto interessato, è stata riesumata la salma di Luigi Tenco: per accertare se, quando si sparò, c’era «dietro» qualcuno. Andremo avanti a discutere all’infinito su tutto, noi italiani: al referendum vinse la repubblica o la monarchia? E chi era lo smemorato di Collegno? E quel rigore su Ronaldo in Juventus-Inter?
Ecco perché ieri pomeriggio, dopo lo sbigottimento iniziale, ci siamo rapidamente ripresi: non ci eravamo infilati in una macchina del tempo e non eravamo neppure ubriachi. Eravamo e siamo, semplicemente, in Italia.
Michele Brambilla