Toh, il processo lungo è firmato dalla Lega

RomaLa «legge ad personam» sul cosiddetto processo lungo, quella che è passata come l’ultima trovata dei «falchi berlusconiani» per difendere il premier dai suoi processi, è a bene vedere il frutto di un’iniziativa legislativa della Lega nord. L’altro nome del processo lungo è in effetti «legge Lussana», che sta per Carolina Lussana, importante deputata del Carroccio, referente del partito per le questioni legate alla giustizia (suo l’intervento in aula sulla richiesta di arresto di Alfonso Papa). La legge che ha scatenato l’opposizione viene depositata alla Camera il 30 aprile 2008, primo firmatario appunto la Lussana, seguita da tutti gli altri deputati leghisti ma non solo, anche da qualche onorevole dell’opposizione, non uno a casa peraltro: Antonio Di Pietro. In origine la proposta di legge riguarda solo la «Modifica all’articolo 442 del codice di procedura penale: inapplicabilità del giudizio abbreviato ai delitti puniti con la pena dell’ergastolo». Il testo che esce dalle commissioni e dall’aula della Camera e viene trasmesso al Senato il 18 febbraio 2011 cambia la parte del codice di procedura penale che riguarda gli sconti di pena per chi commette delitti efferati punibili con l’ergastolo.
Poi comincia l’iter al Senato, alla Commissione Giustizia, e il testo viene emendato dalla maggioranza Pdl-Lega, di comune accordo. È lì che viene introdotta la parte che sta provocando le proteste del centrosinistra, cioè la trasformazione del disegno di legge originario con l’aggiunta delle modifiche agli articoli 190 e 238-bis del codice di procedura penale, ovvero i criteri per l’ammissibilità dei testimoni e l’uso di sentenze come elementi di prova.
La Lega porta avanti il dl così impostato e lo difende in tutto il suo impianto, com’è evidente dalla dichiarazione di voto conclusiva, venerdì scorso, al Senato, pubblicata dalla Padania con un titolo piuttosto chiaro sulle posizioni di Bossi e dei suoi uomini: «Garanzie per l’imputato, certezza della pena». Il senatore leghista (e avvocato) Sandro Mazzatorta, che interviene a Palazzo Madama per spiegare le ragioni del sì del Carroccio al «processo lungo», tiene una perorazione che fa a pugni con la vulgata secondo cui la Lega avrebbe ingoiato questo boccone pur di incassare con l’altra mano il decentramento dei ministeri. Il senatore, significativamente, parla del testo come «legge Lussana», tanto per avere l’idea di quanto la Lega prenda le distanze da quel disegno di legge. Poi attacca: «Abbiamo sentito dai colleghi dell’opposizione, anche da coloro che si dichiarano esperti della materia processuale, delle vere e proprie menzogne».
Innanzitutto sul fatto che il testo non conterrebbe nulla più dell’originario progetto della collega leghista della Camera. Invece tutta la parte sulla non applicazione dei benefici di pena in caso di rito abbreviato per condanne che prevedono l’ergastolo, è intatta nel testo che il Senato approva. Ma non è quello il punto più delicato della norma. Ed è proprio sugli altri punti che la difesa leghista è ancora più decisa. «Si è detto in quest’aula, seconda menzogna, che questo provvedimento è una schifezza - dice il senatore-avvocato della Lega - peccato che chi esprima questi giudizi non abbia letto l’articolo 111 della Costituzione che contiene la stessa norma scritta in questo provvedimento. Studiate la Costituzione che dice che la persona accusata di reato ha facoltà davanti al giudice di interrogare o di far interrogare persone che rendono dichiarazioni a suo carico. Se è una schifezza questa norma, allora dite che è una schifezza l’articolo 111 della Costituzione che voi avete approvato nel 1999». Questo provvedimento è «una tappa verso il giusto processo», spiega il senatore Mazzatorta parlando per il gruppo, e poi comunque «spetta al giudice la valutazione circa la pertinenza o meno delle prove. Non a Berlusconi o a noi». Anche la modifica dell’articolo 238-bis («Le sentenze divenute irrevocabili possono essere acquisite ai fini della prova») viene difesa a spada tratta dalla Lega, che descrive quell’articolo come «una delle disposizioni dell’intero codice più criticate in dottrina», cui la maggioranza ha aggiunto «un elemento sacrosanto»: la possibilità delle parti di ottenere l’esame delle persone la cui dichiarazione è stata utilizzata per la sentenza di condanna che si vuole usare. Tutto perché «il giusto processo non è un proclama retorico, ma un obiettivo serio da raggiungere giorno per giorno».
C’è da dire che il dl deve tornare alla Camera, e il passaggio potrebbe risentire del clima creatosi. Sembra di capirlo dal commento della Lussana, raggiunta al telefono: «Al Senato sono state fatte delle aggiunte... - risponde la deputata - noi abbiamo condiviso le modifiche che vanno nella direzione dell’ampliamento del diritto di difesa e della parità tra accusa e difesa. È chiaro che dispiace che una legge su cui c’è stata condivisione e collaborazione si sia trasformata in un motivo di scontro». Lo dice all’opposizione? «No, lo dico in generale...».