Tokio, la destra ora punta a cambiare la costituzione pacifista

Shinzo Abe, naturale successore di Koizumi, gioca la carta della revisione per diventare premier. Grazie alla minaccia di Pyongyang

Alberto Pasolini Zanelli

Potrebbe essere una data storica. Per la prima volta in più di mezzo secolo un aspirante alla carica di primo ministro giapponese, anzi il più quotato, mette in testa al suo programma una completa revisione della Costituzione. A cominciare dalle clausole, imposte dagli occupanti americani nel secondo dopoguerra, che impegnano l’ex Impero del Sol Levante a rinunciare quasi incondizionatamente all’uso della forza nei rapporti internazionali, cioè all’esercizio della guerra. Il dibattito su questo tema non è nuovissimo. Lo è la chiarezza con cui Shinzo Abe lo ha posto, qualificandosi anche ufficialmente come «revisionista» e mettendo in questo modo un sigillo ufficiale alla sua candidatura alla successione di Junichiro Koizumi, l’attuale primo ministro che di recente ha annunciato la propria decisione di non proseguire nel suo mandato.
A questo scopo egli ha ritirato la propria candidatura alla carica di leader del Partito liberal-democratico, a una data effettiva il prossimo settembre. In quel mese, però, dovrà essere già stato scelto il suo successore. Abe, che è un suo fedelissimo e come tale ricopre importanti cariche nel governo del partito, si presenta come il successore naturale. A contestarlo è quasi unicamente Takeo Fukudi. Abe è il candidato della continuità, Fukudi rappresenta piuttosto la comunità industriale giapponese, più decisamente «pacifista» e soprattutto interessata al mantenimento dei dettami costituzionali che vietano a Tokio un ruolo militare.
È forse la prima volta, dunque, che il Giappone, ma soprattutto al suo interno il partito tradizionale di governo, conosce un contrasto parlamentare basato su un tema fondamentale per la politica estera. Ciò accade in conseguenza di un paio di urgenze. La prima è la crisi missilistico-nucleare con la Corea del Nord, che dà ai giapponesi, per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, la sensazione di un pericolo atomico.
Questo rischio ha portato Tokio su posizioni molto vicine a quelle di Washington e il premier Koizumi ha colto l’occasione per proporre a Bush, in pratica, una cooperazione piena del Giappone in cambio non solo di rinnovate garanzie militari Usa ma anche di un nuovo ruolo molto più profilato per Tokio.
L’ostacolo a questo sviluppo è la Costituzione, alla cui lettera o al cui spirito si rifanno gli avversari o gli scettici, non pochi in una nazione che in sessant’anni ha sviluppato una tradizione pacifista. Koizumi e Abe si sono convinti che le schermaglie sulla costituzionalità o meno di singole iniziative o di singoli ordini potrebbero rimanere invalicabili se non si procederà a una revisione dell’intera Carta. La clausola centrale, quella che impegna Tokio a star fuori dell’area militare, è ora definita da Abe superata ed estranea al nostro tempo.
E la seconda urgenza viene proprio da una sentenza della Corte suprema su un argomento apparentemente non di attualità: la costituzionalità delle visite che Koizumi compie ogni anno a Yasukuni, il «mausoleo di anime» che accoglie, nel centro di Tokio, gli spiriti di tutti coloro che sono «morti in guerra per il Giappone». Il primo ministro ha già visitato cinque volte il santuario per rendere omaggio a questi spiriti «divinizzati», suscitando sempre le proteste nei Paesi invasi dal Giappone, in testa la Corea del Sud e la Cina. Adesso i massimi giudici del Paese hanno detto che il premier può. E Abe è intenzionato a continuare la tradizione inaugurata da Koizumi. E collegare il più tradizionale nazionalismo alla forma nuova di alleanza che si viene creando con gli Stati Uniti su chiari interessi comuni.