Tokio, finisce l’era Koizumi Al potere il figlio d’arte Abe

Il 51enne erede di una dinastia politica vuole un Giappone «fiero di sé»

Livio Caputo

I liberaldemocratici giapponesi hanno eletto il cinquantunenne Shinzo Abe a presidente del partito e candidato unico alla carica di nuovo capo del governo. Finisce così l'era Koizumi, il premier che in cinque anni ha rinnovato il Paese e posto fine al suo declino economico. È stato un cambio della guardia programmato da tempo e pilotato dallo stesso primo ministro, che tra i suoi possibili successori ha scelto il più controverso: un uomo di solida fama nazionalista, che invoca un Giappone «di nuovo fiero di se stesso» e ha in programma una riforma costituzionale che consentirebbe al Paese di disporre di nuovo di un esercito in piena regola e senza restrizioni operative.
L'ascesa al potere di Abe farà sì che l'eredità di Koizumi non vada perduta e il Giappone continui sulla strada della modernizzazione che il premier uscente ha intrapreso nel 2001 contro la volontà del suo stesso partito: il Paese che egli lascia in eredità al suo successore è meno centralistico, meno burocratico, più liberista e molto più attivo in politica estera di quanto sia mai stato nel dopoguerra. Per raggiungere i suoi obbiettivi, Koizumi non ha esitato a smantellare la macchina clientelare dei liberaldemocratici, sbarazzandosi dei vecchi notabili e avvalendosi contro di loro dell'appoggio della società civile. In politica economica, ha favorito le liberalizzazioni, rivoluzionato il sistema bancario e tagliato una spesa pubblica fuori controllo. In politica estera, è stato il più fedele alleato di Bush, sostenendolo nella sua guerra al terrorismo ed inviando truppe giapponesi in Irak - sia pure in un ruolo non combattente - per dimostrare con i fatti da che parte stava. Il suo filoamericanismo, e l'abitudine di rendere omaggio ogni anno al sacrario di Yasukuni, dove sono sepolti anche alcuni criminali di guerra - lo ha invece portato in conflitto con Cina e Corea del Sud.
La scelta di Abe - che ha ottenuto il 66% dei voti nell'assemblea del suo partito - garantisce che questa linea sarà portata avanti con determinazione ancora maggiore. Come Koizumi, il premier designato è un grande fautore dell'alleanza con gli Stati Uniti, anche se aspira a un rapporto più paritario con la superpotenza. È anche persuaso che il superpacifismo che ha caratterizzato la politica estera nipponica per cinquant'anni abbia fatto il suo tempo, e che, pur continuando ad avvalersi dell'ombrello nucleare americano, il Giappone deve mettersi in condizione di affrontare da solo eventuali conflitti. Con una iniziativa che ha fatto molto discutere, ha patrocinato l'adozione nelle scuole di nuovi libri di testo che glissano sulle responsabilità del Giappone imperiale e riportano in auge patriottismo e fede nella nazione.
Con Abe alla guida, il Giappone, terza potenza economica mondiale, si farà sentire ancora di più negli organismi internazionali in cui è da sempre presente, ma dove - perfino sotto Koizumi - ha sempre usato toni bassi: G8, Fondo monetario e naturalmente Nazioni Unite. Probabilmente, il nazionalismo del nuovo premier acuirà certe tensioni in Asia, e potrebbe portare addirittura a uno scontro con la Corea del Nord, di cui Tokio teme ancor più di Washington il riarmo nucleare. In compenso, viene a cadere un altro pericolo: che il Giappone torni a rinchiudersi nel suo guscio, lasciando agli altri di affrontare i problemi globali.