Tokyo si riarma: la Cina spaventa

La Costituzione giapponese imponeva forti limiti alle spese per la sicurezza nazionale, ma un nuovo Piano di difesa segna la svolta: necessari nuovi investimenti per opporsi all’espansionismo di un vicino sempre più "muscoloso"

Prima la guerra era solo nell’aria, adesso è anche sulla carta. Dopo 50 anni di buon vicinato solo apparente Cina e Giappone sono di nuovo cane e gatto, di nuovo nemici millenari, di nuovo rivali ed avversari pronti a contendersi il controllo del Pacifico a suon di fregate, aerei ed incrociatori. Il primo a dar un calcio al traballante e decrepito castello di una cinquantennale ipocrisia è l’esecutivo del premier giapponese Nato Kan approvando un “Piano di Difesa Nazionale” in cui si enuncia una vera rivoluzione strategica. Il piano, varato a poco più di un anno dalla salita al potere dei democratici, fa carne di porco della vecchia Costituzione pacifista e ammette l’urgente necessità di contrapporsi concretamente all’espansionismo cinese e all’aggressività fuori controllo della Corea del Nord. «Abbiamo messo a punto una politica di difesa più appropriata per la nuova era e per il difficile ambiente in cui gravita la sicurezza nazionale», spiega senza troppi giri di parole il ministro della difesa Toshimi Kitazawa.
Il piano butta all’aria quel che mezzo secolo di governi liberali non aveva mai osato mettere in dubbio e affronta la nuova situazione geopolitica. Ma la verità, si sa, fa male. E così basta quel documento per dar fuoco alle polveri di una malcelata aggressività cinese. «Nessun Paese ha il diritto di proporsi come il rappresentante della comunità internazionale» tuona immediatamente il portavoce del ministero degli esteri di Pechino liquidando come irresponsabile la nuova strategia giapponese.
In verità le linee guida della nuova politica difensiva varata da Tokio si limitano a mettere nero su bianco quel che tutti sanno, quel che anche una formazione di centrosinistra come il partito democratico, alleata con alcuni gruppuscoli pacifisti deve ammettere “obtorto collo”. Negare il pericolo cinese significherebbe turarsi gli occhi, rinnegare le decisioni assunte a settembre quando l’esecutivo di Nato Kan non esitò a bloccare e sequestrare un peschereccio di Pechino entrato in collisione con due motovedette giapponesi intorno a quell’arcipelago conteso chiamato isole di Senkaku nella terra del Sol Levante e isole Diaoyu nell’Impero Giallo. Dopo quel braccio di ferro nulla è più lo stesso. Neanche per i “pacifici” democratici. Le linee guida del nuovo Programma di Difesa nazionale sembranoC la riproposizione dell’antico detto “Si vis pacem para bellum”, se vuoi la pace prepara la guerra.
«La Cina – annuncia il documento - sta rapidamente ammodernando le sue forze militari e ampliando le sue attività nelle acque circostanti, queste tendenze rappresentano una grave preoccupazione per la regione e per la comunità internazionale soprattutto se alla questione della sicurezza s’aggiunge la mancanza di trasparenza dell’apparato militare cinese». La Corea del Nord, da cui già sono partiti in passato missili diretti verso le coste del Giappone, viene invece descritta come un «fattore grave ed immediato d’instabilità». La nuova strategia sottolinea poi l’urgente necessità di trasformare interamente la politica di difesa. Per farlo bisognerà rottamare un terzo degli inutili carri armati progettati in chiave antisovietica ai tempi della guerra fredda e investire in sottomarini, cacciabombardieri e navi di marina dotate di missili Aegis. Bisogna, insomma, affrontare l’espansionismo cinese e il processo di ammodernamento militare avviato da Pechino. Ma la parte più rivoluzionaria del nuovo piano – la più contraddittoria rispetto al tradizionale “pacifismo” dei democratici - è quella in cui si annuncia l’imminente fine del decennale tabù che vieta le esportazione d’armi e impedisce alle industrie nazionali d’investire adeguatamente nel settore degli armamenti. «Ormai la regola per tutti i Paesi sviluppati - spiega il ministro della difesa Kitazawa - è quella di ridurre i costi e migliorare le capacità dei sistemi di difesa partecipando a piani di sviluppo e produzione congiunti». Una svolta innescata forse anche dai dati economici degli ultimi due quadrimestri, quando il prodotto nazionale lordo cinese ha superato quello giapponese infliggendo a Tokio un’umiliazione storica. Cancellabile solo grazie agli introiti garantiti dal sempre più fruttuoso mercato mondiale degli armamenti.