Tolleranza zero, ora (a parole) piace anche alla sinistra

«Contro il degrado delle città serve la tolleranza zero», titolava qualche giorno fa in prima pagina il quotidiano Il Sole 24 Ore una bella inchiesta rubricata «Senso civico» di Luigi Guiso e Aleh Tsyvinski.
I due economisti - certo non di destra - facevano un parallelo fra le disastrose condizioni di New York nel 1990, prima della cura a base di tolleranza zero, appunto, voluta dal sindaco Rudolph Giuliani e la situazione attuale di Milano e Roma. E poi: «Tolleranza zero contro gli incendiari», chiede il ministro per l'Ambiente Pecoraio Scanio. Così come tolleranza zero promette il suo collega dell'Interno Amato contro scafisti e immigrati clandestini delinquenti. E cosa si invoca per far fronte all'anarchia e al disordine diffusi nelle scuole? Tolleranza zero, naturalmente.
E contro l'uso di baby-schiavi da parte dei racket dell'accattonaggio? Tolleranza zero, sempre tolleranza zero. Sì, perché ora si può. Ora quell'espressione non è più la quasi-bestemmia che scandalizzava la sinistra e il giornalismo politicamente corretto: quando, ad esempio, l'ex sindaco Gabriele Albertini incontrando il collega newyorkese Giuliani diceva di invidiargli la possibilità che il sistema americano gli dava di applicare quel metodo. Apriti cielo! Poco mancò che gli dessero del nazista.
Tolleranza zero sdoganata dunque? Per il momento solo buone intenzioni se non prediche gratuite. Giacché poi, in realtà, tutti lamentiamo le troppe multe per divieto di sosta; sulle spiagge i bagnanti solidarizzano con i venditori abusivi di prodotti contraffatti; i condomìni non spendono un euro per pulire le facciate dagli sgorbi dei writers e infine i magistrati lasciano subito liberi automobilisti ubriachi, incendiari colti in flagranza, musulmani «guerriglieri ma non terroristi» e via tollerando. Insomma, tolleranza zero sdoganata (forse) a parole ma impossibile nella pratica.