Tolstoj braccato dalla stampa: fu la prima morte in diretta

La fuga e la fine dell’autore di «Guerra e pace» scatenarono i giornali
di tutto il mondo. Il romanzo-verità di Pozner narra quel che accadde

di Giuseppe Ghini 

La morte degli scrittori russi è degna delle loro pagine più belle. E quella di Tolstoj non poteva scriverla che lui, l’autore di Guerra e pace e di Anna Karenina, ed è un piacere riviverla nella ricostruzione che Vladimir Pozner approntò nel 1925 e che Adelphi ora presenta al lettore italiano, a cent’anni dalla scomparsa del grande vecchio della letteratura russa.

Il piacere della lettura è molteplice. Anzitutto deriva dall’originalità della narrazione di Pozner, giornalista, scrittore, ma soprattutto sceneggiatore (a partire dal Secondo Dopoguerra, fu infatti questa la sua attività principale, fino alla Dama delle camelie con Isabelle Huppert, 1980). Pozner rende un tema potenzialmente «pesante» - la morte del maggiore scrittore del tempo - con un metodo quasi cinematografico, con un ritmo e un montaggio che, a ottant’anni dalla sua stesura, risultano familiari a ogni lettore. Il racconto della fuga di Tolstoj da Jasnaja Poljana e della malattia e morte nella sperduta stazione di Astàpovo è costituito, infatti, dagli elementi della realtà, dai realia: brevi scambi di comunicazione tra i giornalisti e le redazioni dei quotidiani, diari dei presenti, verbali di polizia, corrispondenze, bollettini medici, necrologi, brani degli articoli del tempo. Il tutto con letterale aderenza ai fatti, ma senza pignolerie da filologi.

In secondo luogo, Pozner affronta e risolve brillantemente la questione che costituisce il motivo dell’ingenua fuga dello scrittore pluriottantenne e della sua morte lontano dalle mura di casa, cioè la cinquantennale situazione di lite con la moglie Sof’ja Andreevna Tolstaja. I diversi capitoli dedicati al matrimonio, alle numerose crisi matrimoniali, all’educazione dei tredici figli, agli amici, insomma tutto ciò che riguarda la vita familiare e il progressivo allontanamento del conte Lev Nikolaevich da sua moglie è narrato in modo telegrafico, mediante citazioni leggere e leggibilissime, tratte soprattutto dai diari che praticamente ogni Tolstoj scriveva per sé e per gli altri.
Ma il gusto della lettura proviene anche da un paio di elementi che Pozner poteva solo sospettare quando scriveva il suo libro, dopo essere emigrato dalla Russia bolscevica nella Francia degli anni Venti. La morte di Tolstoj, come la morte del socialista Andrea Costa in Italia appena pochi mesi prima, è una delle prime «morti in diretta», una morte seguita dai mezzi di comunicazione di tutto il mondo attraverso quel manipolo di giornalisti che si catapultò da tutta la Russia fin nella remota e isolatissima Astàpovo.

E lo stile scelto da Pozner che mette al centro del suo testo il lavoro dei giornalisti e dei reporter con i suoi pro e i suoi contro - «In mancanza di fatti, rimpolpa le descrizione», ordina un caporedattore all’inviato del suo giornale - dà perfettamente conto della valenza mediatica di questa morte. Al punto che in diversi casi i familiari presenti ad Astàpovo vengono a conoscere dai giornali arrivati da Mosca gli eventi che si svolgono accanto a loro, nella casetta del capostazione dove sta morendo Tolstoj. Essendo poi una morte in diretta, il «pubblico» di allora pretese di partecipare all’evento mediatico: chi scrivendo consigli medici, chi inviando le ricette della nonna, tutti che volevano sapere, intervenire, discutere.

Il secondo elemento tinge di ironia l’intera vicenda della morte del romanziere russo. Alla fine degli anni Sessanta, gli storici francesi Ariés e Vovelle individuarono in Tolstoj colui che, con l’arma della sua «verità romanzesca» aveva scoperto il nuovo atteggiamento dell’Occidente nei confronti della morte. Nella Morte di Ivan Il’ich, a quanto pare, Tolstoj per primo aveva mostrato come alla morte tradizionale vissuta in casa (addomesticata in senso letterale), gestita dal moribondo, consapevolmente attesa e incontrata, si era sostituita una morte terrificante, tabuizzata, gestita da tutti tranne che da chi stava per morire, una morte fuggita e negata fino all’ultimo istante: in una parola, la morte moderna, la nostra concezione della morte.

Ora, dai documenti pubblicati da Pozner risulta chiaramente che Tolstoj fu vittima di quella stessa morte tabuizzata e medicalizzata che aveva «demistificato» nel suo racconto breve ma profondissimo. Sono proprio i sei medici che accorrono al suo capezzale a selezionare i visitatori - escludendo rigorosamente la moglie per le presunte influenze negative sulla psiche del moribondo -, a scandire i tempi della sua agonia, e a comunicare infine al villaggio-mondo raccolto intorno ad Astàpovo che Tolstoj è morto.