Tolta a mamma e papà per uno schiaffo

Il Tribunale per i minori di Milano spedisce una 16enne in comunità per
le incomprensioni con la famiglia. È trascorso un anno ma la situazione
non si sblocca: il giudice aspetta la relazione degli assistenti sociali

Milano - «A mia figlia voglio un bene dell’anima, la mia intenzione era solo di evitare che frequentasse le amicizie sbagliate. Ci sono stati dei litigi, è vero, ma me l’hanno portata via da un anno per uno schiaffo. Però quello che ho fatto, l’ho fatto solo per lei». Giovanna non si dà pace. Sua figlia Valeria ha 16 anni, e dal giugno dell’anno scorso è chiusa in una comunità protetta. Perché ha raccontato a uno psicologo delle discussioni che si ripetevano tra le mura di casa, sempre più accese. Un paio di mesi ai ferri corti, tra un’adolescente e i genitori. Il suo racconto, però, è arrivato ai servizi sociali. E di lì al Tribunale dei Minori, che decide per un provvedimento di allontanamento temporaneo dalla famiglia. Un anno fa. Dodici mesi dopo, il giudice sta ancora aspettando la relazione conclusiva degli assistenti sociali per fissare l’udienza e stabilire se la ragazza possa tornare a casa. Perché lei, Valeria, a casa ci vuole tornare. E per questo, dalla comunità è già scappata due volte. L’ultima, quindici giorni fa.

«I genitori - spiega il legale della famiglia, l’avvocato Franco Mobilia - hanno le mani legate. Abbiamo chiesto la modifica del provvedimento impugnando la decisione del tribunale. Ma il punto è che gli assistenti sociali del Comune devono ancora consegnare la relazione sulle condizioni della figlia, senza la quale la situazione è bloccata. Così, quello che doveva essere un atto temporaneo si sta prolungando indefinitamente. Ci siamo rivolti anche alla sezione minorile della Corte d’appello. In quell’occasione, il presidente sollecitò gli assistenti sociali a depositare la relazione e il Tribunale perché facesse luce sul provvedimento che, disse, non deve durare più di tre mesi. Stiamo ancora aspettando».

E a casa aspettano anche i genitori e i tre fratelli di Valeria. La madre racconta al Giornale che «mia figlia è stata cresciuta con amore e con gioia, non ha mai avuto problemi né con me e neppure con mio marito». Poi, l’adolescenza. E con quella, i litigi. «Nella nuova scuola Valeria ha conosciuto dei ragazzi che non ci piacevano. Ha iniziato a fumare, a fare tardi la sera senza dirci nulla. E allora io e mio marito siamo intervenuti, come avrebbe fatto ogni genitore. Per un po’ non l’abbiamo fatta uscire di casa e le abbiamo tolto il telefonino. E così sono iniziate le discussioni». Non solo a parole, però. «È vero - continua Giovanna -, a volte è capitato che le venisse dato uno schiaffo, ma aveva bisogno di un freno ed era per il suo bene».
La coppia decide di mandare la figlia da uno psicologo. La ragazza, però, racconta di minacce, aggressioni, dei capelli strappati, del padre che le avrebbe messo le mani attorno al collo. Non solo uno schiaffo, insomma. Così intervengono i servizi sociali, che decidono di sottrarre Valeria alla famiglia, e di metterla in una comunità protetta. Sarà un giudice a stabilire se e quando potrà fare ritorno a casa, in attesa di una relazione che non arriva. E così il tribunale non decide. «Ci hanno detto che dovevano fare delle indagini - insiste Giovanna - ma quanto ci vuole? Forse siamo stati un po’ violenti, ma io rivoglio Valeria, voglio sapere come sta e parlare con un giudice e deve essere lui a decidere, non uno psicologo. Le stanno facendo del male, le impediscono di vedere i suoi genitori e i fratelli. Io posso incontrarla solo per un’ora ogni quindici giorni, e quando vado a trovarla mi dice “mamma ti prego fai qualcosa, portami via di qui, voglio tornare a casa”». Così, da un anno. Ma ora per Giovanna è troppo, e quindi «basta. Se le cose non cambiano, mi vado a legare davanti al tribunale».