Tom Cruise in declino punta su Hitler

"Mister Top Gun" non è più fra i potenti di Hollywood e anche come
produttore naviga a vista Il suo futuro si decide con "Operazione
Valchiria", che nei cinema italiani uscirà domani

Roma - Il futuro di Tom Cruise dipende tutto, o in buona misura, da come andrà al botteghino mondiale Operazione Valchiria. Film «maledetto», a causa di incidenti sul set e polemiche varie, rinviato nell’uscita, infine lanciato sugli schermi americani il 28 dicembre scorso. Fino a ora, in patria, ha incassato 78 milioni di dollari, poco più di quanto è costato. Poteva andare peggio, ma anche meglio. Ora c’è da aspettare il responso europeo. Specie se la Germania risponderà bene l'attore-produttore potrà tirare un sospiro di sollievo.

Già perché Tom Cruise Mapother IV (il suo nome completo), classe 1962, da Syracuse, due divorzi alle spalle, tre figli, di cui due adottati, ha smesso di essere «one of the highest paid and most sought after actors in screen history», come scrive l’autorevole sito imdb.com. Oggi è meno pagato e richiesto di appena tre anni fa, i 20 milioni di compenso a film se li può scordare e certo la Hollywood che conta non lo ama più. All’epoca di La guerra dei mondi, girato per Steven Spielberg, si guadagnò perfino tre nomination ai «Golden Rasperry», la parodia degli Oscar, una delle quali addirittura come «personaggio pubblico più insopportabile dell'anno».

Come sapete, in Operazione Valchiria Cruise - benda sull’occhio, braccio destro con moncherino, divisa inamidata - incarna il colonnello Claus von Stauffenberg, l’aristocratico che tentò di uccidere Hitler nell’attentato del 20 luglio 1944, finendo a sua volta fucilato. Una prova del fuoco per la United Artists, che nacque nel 1919 con Charlie Chaplin e fu già affondata una volta dal western di Cimino I cancelli del cielo. Rifondata da «Mister Top Gun» insieme con la socia storica Paula Wagner, dopo il clamoroso divorzio dalla Paramount del 2006, la mitica etichetta è in cerca di un successo commerciale pieno. Ne ha assolutamente bisogno dopo il flop di Leoni per agnelli di Robert Redford, starring Meryl Streep e lo stesso Cruise: 15 milioni di incasso sul mercato statunitense, a fronte dei 35 costati (meglio è andato in Europa).

Tutto cominciò nel luglio 2006 quando Sumner Redston, gran capo della Viacom, proprietaria della Paramount, accusò la star di «suicidio creativo», spiegando: «La sua recente condotta è inaccettabile per noi». Certo avevano contato, nel duro giudizio, le escandescenze paterne allo show tv di Oprah Winfrey, l’ossessiva affiliazione alla setta di Scientology, le rogne matrimoniali con Katie Holmes, le crescenti pretese contrattuali.

Ma la verità, ridotta all’osso, era che i suoi ultimi film, incluso il terzo Mission: Impossible, avevano faticato al box-office. E pensare che Cruise, secondo solo a Tom Hanks, può vantare un discreto record: 14 dei suoi 27 film hanno incassato sopra i 100 milioni di dollari, tanto che la «dotazione» commerciale dell’attore, nell'arco della fitta carriera, si aggira attorno a 2 miliardi e 600 milioni di dollari. Nondimeno, qualcosa deve essersi rotto nel rapporto tra il pur bravo Cruise e il pubblico americano.

Giocando sul titolo del suo primo film da protagonista, l’antipatizzante Wall Street Journal ha definito «Risky Business», cioè un affare rischioso, la decisione di Cruise di mettersi produttivamente in proprio, confidando sull’accordo con la Mgm e sui 500 milioni di dollari assicurati dalla Merrill Lynch per una quindicina di progetti. Tra questi il seguito dell’Affare Thomas Crown, già remake di un classico di Steve McQueen, ancora con Pierce Brosnan, una biografia di Hugh Hefner diretta da Brett Ratner starring lo stesso Cruise nella vestaglia del fondatore di Playboy, il controverso Pinkville di Oliver Stone sul massacro di civili nel villaggio vietnamita di My Lai. Ma chissà se mai si faranno.

Nel frattempo anche la fedele Paula Wagner, sentendo odore di fallimento, ha mollato la United Artists per divergenze artistico-produttive, e l'attore non ha ancora annunciato ufficialmente un nuovo progetto per sé. Si parla di The Hardy Men, insieme a Ben Stiller, a ricomporre il sodalizio di Trophic Thunder, dove Cruise si divertiva a spiazzare il suo pubblico, un po' come ai tempi di Magnolia col suo santone sessuomane e narcisista, mostrandosi imbruttito e obeso, reso calvo da una calotta e con un toupé a simulare il petto irsuto, nei panni di un arrogante produttore hollywoodiano. Solo una piccola vendetta ai danni della Paramount o l’anticipo di una rivoluzione d’attore?