Tom Drury e la Spoon River dei sopravvissuti

Gian Paolo Serino

Immaginate, nella sconfinata desolazione del Midwest americano portata sul grande schermo dai fratelli Coen con Fargo, distese di grandi magazzini, fattorie e bungalow «tutti uguali e ben curati». Station wagon e pick up che si fermano con i fari accesi della vita davanti a dinner che sembrano usciti dai quadri più desolati di Edward Hopper. È il Nord America più profondo, dove sembra non accadere mai nulla eppure tutto succede: giorno dopo giorno, anno dopo anno. Si susseguono amori, divorzi, piccoli crimini, vite ordinarie che Tom Drury - nato e cresciuto nello Iowa prima di trasferirsi a New York, mentre attualmente vive a Berlino - ha il grande merito di immortalare nelle pagine di La fine dei vandalismi.

Pagine di amarezza, di ordinarie infelicità, ma anche vite che vale la pena di vivere appunto perché sono vite. Con una scrittura minimalista che incanta, Drury ambienta la sua commedia umana nell'immaginaria contea di Grouse. Leggendola sembra di ascoltare come sottofondo le note di Jonnhy Cash che incontrano quelle di Neil Young e dei Talking Heads. È ambientata negli anni '90, ma si ha spesso l'impressione che Drury, «il più grande scrittore sconosciuto che nessuno conosce» (come si legge nell'edizione inglese), giochi con i tempi narrativi e ci conduca spesso fra le atmosfere degli anni '60 e '70. Pubblicato per la prima volta a puntate sul New Yorker nei primi anni '90 per poi diventare il primo volume di una trilogia nel 1994, il libro è stato inserito dal New York Magazine tra le nove migliori opere di quell'anno. Ma solo con la pubblicazione in Inghilterra nel 2015 ha trovato il successo: l'Indipendent lo ho acclamato tra i romanzi dell'anno e il New York Times lo ha definito «eccellente», attirando anche l'ammirazione totale di Jonathan Franzen.

Divertente e maliconico allo stesso tempo, La fine dei vandalismi mette in scena oltre sessanta personaggi in un romanzo corale originale che ricorda il Thomas Cobb di Crazy Heart (Einaudi) e i racconti di Flannery O' Connor. Una Spoon River dei vivi che s'ispira, per stessa ammissione dell'autore, ai Racconti dell'Ohio di Sherwood Anderson. Ma con una lezione in più che troviamo nelle parole di un protagonista: «Non mi considero un perdente, eppure di cose ne ho perdute». Ed è questa La fine dei vandalismi nei confronti di una vita che ci può sfregiare, ferire, ma mai sconfiggere.