Tom Waits tra swing, incubi e classe Gli Arcimboldi diventano un circo rock

Tutto esaurito anche stasera nel teatro milanese per il concerto del cantautore californiano. Sul palco i suoi due figli Casey e Sullivan. Oltre due ore di show con una scenografia da vaudeville

Milano - Allora ecco perché Tom Waits l’altra sera è arrivato in ritardo sul piccolo palco di un Arcimboldi che fremeva, fischiava, pigolava e canticchiava in attesa di vederlo in scena. Era nei camerini, lui maledetto perfezionista, a decidere i brani in scaletta, a togliere questo e mettere quello, tanto che la musichetta da Big band anni Quaranta - teneramente trasmessa a volume basso - lasciava intendere quale tipo di show sarebbe stato di lì a poco. Cinquanta minuti di ritardo. Tom Waits tornava in Italia per la prima volta dopo quasi dieci anni (ultima visita Firenze 1999) di vita vissuta, cantata, sognata e bevuta tra gli incubi e le visioni che ricamano, talvolta strappano, anche la sua musica che è bravo chi riesce a definirla. Fin dall’iniziale Lucinda c’è di tutto, folk, blues, swing, persino jazz in un miscuglio che è quanto di più personale si riesca a sentire in scena di questi tempi, il tutto suonato con una padronanza sublime e con quella nonchalance che trasforma una grande esecuzione in un pezzo da manuale. D’altronde già quando arriva per questo primo dei suoi tre concerti milanesi (oltre a giovedì e ieri, anche stasera, tutto naturalmente straesaurito a prezzi esagerati: platea a 125 euro più prevendita), Tom Waits è una figura da mito, vestito di nero con una bombetta in capo a renderlo neppure cabarettistico ma proprio fantastico, quasi preso di peso da Alice nel Paese delle Meraviglie. «Ciao, buonasera». Esile, anzi rinsecchito, il volto scavato come un Keith Richards ancora più selvatico, Tom Waits quasi ti spaventa con la sua voce da orco, cavata dalle budella più che dai polmoni, persino caricaturale non fosse che è lo strumento giusto per rendere le storie che canta, prese di peso dalle notti, dalle paure e dai sensi che ciascuno di noi trattiene nel lato oscuro della mente e che lui, questo cantautore di Pomona, California, riesce a tirare fuori con l’essenzialità letteraria di Bukowski quando è ruvido, o di Brecht quando si distende nella poesia. Intanto si agita, sussulta, trema mentre interpreta i suoi brani, da Way down in the hole passando per la cupa Falling down e la piovigginosa November e battendo i piedi con quel gesto tribale e simbolico che è più di un passo di danza, è proprio lo scandire imperioso dei sentimenti e del loro sgorgare. Ogni volta che pesta i piedi, quei piedi calati dentro due scarponi da montanaro, Tom Waits alza una nuvoletta di gesso bianco, che lo fa metà spettro e metà angioletto, ed è una trovata scenografica da vaudeville, capace di rendere esattamente che cosa sia questo «Glitter and doom Tour», questa tournée di lustrini e rovina che mostra al mondo com’è Tom Waits alla vigilia dei suoi sessant’anni (è nato il 7 dicembre del 1949). E allora sarà per questo che sono tutti a bocca aperta, in galleria e in platea, e laggiù anche Roberto Benigni, seduto affianco alla moglie Nicoletta e a Lella Costa e appena davanti a Mike Mills dei Rem, sgrana gli occhioni mentre l’orco sul palco, sempre più sudato e sempre più ispirato, gli dedica You can never hold back spring. Poco prima dell’inizio era arrivato anche Vinicio Capossela, barba nerissima e panama bianco, e di sicuro anche lui se l’è bevuto tutto il concerto perché, insomma, Tom Waits è il suo idolo e nemmeno un po’ prova a nasconderlo. Intanto sul palco è un cabaret fuori dal tempo, con una disperazione da Repubblica di Weimar e una passione da Woody Guthrie in giro per gli States con la sua chitarrina. Tom Waits allarga le braccia, finge di togliersi un occhio e, con l’aiuto sonoro della band (in cui suonano anche i figli Casey alla batteria e talvolta Sullivan al clarinetto) mima di sbatterlo a destra e sinistra con una sincronia spettacolare e quasi commovente. Ed eccolo qui, il cantautore che non si può definire, impegnato a spiegare il suo mondo che non c’è ma che tutti viviamo, a sbuffare gesso con i piedi, a suonare ventitrè brani che cambiano tutte le sere come se fossero il rosario di una vita irreale che poi però alla fine lascia tracce nel nostro animo e pure sui suoi pantaloni, disperatamente, dolcemente macchiati di bianco fin sopra gli scarponi.