Tomba: io come Pantani, ma ho tenuto duro

«Lui aveva un altro carattere, io una corazza più dura: Ma ho provato cosa sono odio e invidia»

Pier Augusto Stagi

Oggi sarà lì, con i Vip del circo bianco a fare il tifo per Giorgio Rocca, impegnato nella combinata. Due anni fa era vicino all'uscita laterale della chiesa affacciata sul canale di Cesenatico, quasi nascosto da una colonna e sembrava uno dei tanti. Per Alberto Tomba, oggi non sarà propriamente un giorno come tanti. Oggi ricorre il secondo anniversario della morte di Marco Pantani e Tomba, in quel gelido pomeriggio di due anni fa, era lì a rendere omaggio ad un amico, ad un ragazzo della sua età, che come lui aveva attraversato con forza e foga gli stessi territori sconfinati della popolarità, della gloria, ma anche del tormento e dell'invidia.
Che ricordo ha di Pantani?
«Di un campione e di un uomo col quale mi trovavo bene».
Come vi siete conosciuti?
«Casualmente alle mie gare, quando stava cominciando a dire al mondo che razza di atleta fosse. Venne in Alta Badia, tornò a Campiglio. Ricordo che andai a trovarlo in ospedale a Torino quando ebbe quello spaventoso incidente dal quale seppe poi ripartire».
Da lì nacque un buon rapporto.
«C’era simpatia reciproca, fu facile entrare in sintonia. Mi presentai al Giro e mi regalò una maglia, venne a Campiglio e gli diedi un cappello da sci. Capitò spesso di frequentarci».
Che idea si è fatto della vicenda Pantani?
«C’è una sola parola: una tragedia. I grandi campioni o i personaggi famosi in genere, passano troppo facilmente dall’amore, dall’esaltazione all’odio. Questo mi pare che capiti con più frequenza proprio in Italia, dove spesso non c’è equilibrio nei giudizi sulle persone. Credo che Pantani si sia trovato solo nel momento in cui aveva più bisogno».
Lei lo ha ripetuto anche di recente, parlando dell’ingratitudine dell’Italia nei confronti dei grandi campioni.
«Mi è rimasta dentro molta amarezza. Ho dovuto subire attacchi, tradimenti e critiche non giuste. Quando penso a Valentino Rossi sono felice che abbia successo, però non è criticato come lo sono stato io. A volte mi viene in mente Pantani: ecco, lui è stato vittima di gente che voleva solo sfruttarlo. Ho un altro carattere, vivere in montagna fuori dal mondo forse mi è servito. La mia corazza si è indurita. E poi mi è stata molto d’aiuto la mia famiglia. Io e Marco ne abbiamo parlato molte volte: in carriera io sono stato stressato a mille per tante cose, la stessa cosa è successa a lui. Forse era più debole di me e si è lasciato andare. Si è quasi allontanato dalla gente invece di cercarla. Capita quando sei circondato da chi ti è amico soprattutto quando vinci: di quelli che gli sono stati accanto fin da quando non era Pantani, mi pare ne fossero rimasti pochi».
Si è mai chiesto perché è successo tutto questo?
«Forse perché, vincente com’era, dava fastidio e in qualche modo bisognava fermarlo. Ho sempre avuto la sensazione che l’abbiano incastrato: l’ho provato sulla mia pelle cosa significhi l’invidia, per non dire l’odio, suscitati dal successo. In più il ciclismo ha vissuto un periodo confuso, dandosi nuove regole, a volte senza sapere quale fosse la direzione giusta da prendere. Infine, i giornali: francamente, con lui hanno esagerato».
Tomba, negli ultimi tempi era a conoscenza del dramma personale di Marco, vale a dire la caduta nella cocaina?
«Sinceramente non tanto. La notizia della sua tragica fine mi ha colto di sorpresa».
Due anni dopo, come bisognerebbe ricordare Pantani?
«Come un grande fuoriclasse. Un campione buono. Un ragazzo sensibile. Sfortunato: a lui è andato davvero tutto storto».
Quarant’anni il prossimo Natale, la scelta di vivere a Bardolino, nella quiete del Garda e dei vigneti che ha cominciato ad amare al tramonto della sua irraggiungibile carriera, Tomba oggi è un uomo che continua ad interpretare se stesso, portando a spasso per il mondo la leggenda di uno sci che, senza di lui, è un po’ meno leggendario. Un po’ come il ciclismo del dopo Pantani.