Tommaso rapito, indagato un altro siciliano

nostro inviato a Parma

C’è un’altra persona iscritta nel registro degli indagati oltre a Mario Alessi, l’artigiano che partecipò ai lavori di ristrutturazione del cascinale di Casalbaroncolo. Sarebbe un pregiudicato siciliano (un’indiscrezione sostiene che potrebbe trattarsi di un parente del muratore) del quale sarebbe stata trovata un’impronta sullo scotch usato per legare i genitori di Tommy durante il rapimento del 2 marzo. L’uomo è stato interrogato un paio d’ore dai magistrati, probabilmente quelli della Dda di Bologna. Conferme ufficiali non ve ne sono, il muro di silenzio opposto dagli investigatori - una barricata finora inutile sia per ritrovare questo bimbo evaporato nel nulla quanto per scoprire che fine abbia fatto - non fa altro che produrre un fragore assordante. Quello della mancanza di notizie sul sorte del bimbo: è malato d’epilessia, manca da casa da 25 giorni e ancora non si sa dove andarlo a cercare.
È ancora vivo? La domanda che nessuno vorrebbe porsi, tanto fa male, serpeggia adesso anche sui volti di chi ormai dovrebbe sapere. Muovendosi perlomeno su piste concrete, sicure. Magari anche partendo da un movente, che tuttora, invece, non si capisce.
A favore di chi gioca il tempo? Di chi sta indagando o di chi questo bimbo, dai boccoli chiari, lo ha fatto sparire?
Paolo Onofri, il papà ancora domenica supplicava: «Ditemi cosa volete, cosa debbo fare. Sono disposto a tutto rivoglio solo mio figlio». Nessuna risposta è arrivata. A meno che non si voglia considerare un messaggio la piccola scritta comparsa nella notte su un muro di via Quarta, alla prima periferia di Parma, vicino all’abitazione dell’avvocato Claudia Pezzoni, la legale dell’ex direttore delle Poste. Recitava «Tau». Tau, ovvero la croce di legno francescana che Paolo Onofri, papà di Tommy, ostenta al collo, sopra la camicia, dal giorno successivo al sequestro. Lunga non più di 15 centimetri, vergata quasi in corsivo, con colore nero tenue, la scritta, naturalmente, è stata oggetto dei rilievi di polizia scientifica e carabinieri. Probabile che si tratti del gesto di un mitomane, o soltanto di uno scherzo di dubbio gusto, fatto sta che stavolta gli investigatori non l’hanno cancellata. A differenza di quanto accaduto, il giorno prima sull’asfalto di Casalbaroncolo, quando era apparso uno strano messaggio a 150 metri da casa Onofri: «Ne hai abbastanza?». I poliziotti in quell’occasione l’avevano «valutata» e quindi fatta nascondere con una bella passata di vernice scura. Impedendo così agli uomini del Ris di poter effettuare le proprie analisi. Ennesima situazione di tensione tra «intelligence» troppo diverse e spesso troppo protagoniste per poter lavorare in sintonia.
La notizia del primo indagato ufficiale di questa storiaccia senza fine, non sembra, nel frattempo, scuotere troppo il papà di Tommaso. Che oggi non sembra turbato più di ieri. «Con Alessi avevo rapporti cordiali, niente di più, veniva qui a fare dei lavori e al massimo mia moglie gli ha offerto un caffè», si limita a spiegare, imperscrutabile, Paolo Onofri. «Non ho mai avuto contatti con questa persona al di fuori dei rapporti di lavoro. Non siamo mai usciti insieme».
Qualcuno domanda se l’operaio non fosse proprio una delle persone che lui aveva indicato tra i possibili sospetti. «Era nella lista di tutti i nomi delle persone che hanno frequentato casa mia come tutti gli altri, però, nessuna indicazione particolare nei suoi confronti».
Alessi, uscendo dall’ufficio del suo avvocato, provato e un po’ stupito, ribadisce invece la propria innocenza. Non è sua, del resto, l’impronta «estranea» trovata nella villetta di Casalbaroncolo. Quello che lo «incastra» è solo la versione di un alibi, secondo gli inquirenti, fasullo. Il suo. Nient’altro. Nell’avviso di garanzia per sequestro in concorso con altri non sarebbero specificati né indizi né prove a suo carico. «E il capo d’imputazione - stando a chi lo ha letto - è descritto in maniera alquanto generico». Forse un po’ poco per accusare un uomo di rapimento.