Tommy, caccia in Sicilia alla banda di rapitori

Andrea Acquarone

nostro inviato a Parma

Tody fa la guardia a una casa vuota ormai da troppi giorni dove il tempo sembra essersi cristallizzato. Era il 2 marzo quando Tommaso, il suo padroncino più piccolo, questo bimbo di un anno e mezzo malato d’epilessia fu strappato ai genitori. Faceva freddo e lui aveva la febbre alta. Casalbaroncolo fino a quel momento era un puntino sperduto sulle mappe e sconosciuto all’Italia. Adesso invece è la «capitale». Tutti chiedono, tutti vogliono sapere: «Dov’è Tommy, che fine ha fatto? È ancora vivo?». Gli investigatori continuano a ripetere che sì, loro nonostante sibille cumane variamente assortite, pentiti, colpi di scena e speranze spesso naufragate nella delusione, «continuano a essere fiduciosi». Eppure il ventaglio delle indagini sembra al tempo stesso allargarsi e restringersi. Una contraddizione in termini. Mario Alessi, il muratore che fino a ieri sembrava un amico di famiglia ma che Paolo Onofri, il padre di Tommy, ora liquida con un «avevamo solo rapporti di lavoro per quanto riguarda la ristrutturazione della villetta», resta sempre il principale sospettato anche se ieri la magistratura ha disposto il dissequestro della sua auto. Da sabato scorso da persona informata sui fatti, da supertestimone si è ritrovato negli scomodi panni di indagato per concorso in sequestro di persona. Di giorno, quando non deve passare da magistrati o carabinieri, cerca di andare a lavorare nei cantieri del suo datore di lavoro, quel Pasquale Barbera, «capo-cantiere» di casa Onofri. Poi si barrica in casa spaventato.
Anche ieri gli investigatori sono tornati a sconvolgere la sua «quiete» familiare. Non qua a Parma ma nel paese lontano da cui era partito anni fa abbandonando moglie figli. San Biagio Platani, provincia di Agrigento. Sembra portare in Sicilia, oltreché tra i vari balordi siculi confinati tra i paesini della provincia emiliana, il filo di questo incomprensibile sequestro. Mentre si cerca ancora uno dei due banditi che fecero irruzione a Casalbaroncolo. Di lui c’è un’impronta sul nastro usato per legare le vittime. E si conosce pure il nome.
«Procediamo a piccoli passi», spiega il colonnello dei Ris Luciano Garofano. «Non vogliamo compromettere la vita del piccolo ostaggio, un arresto sbagliato potrebbe significare la sua fine». Avrebbe dovuto tenersi l’ennesimo vertice tra investigatori ieri alla Dda di Bologna. È slittato. Quella di Parma si riscopre ora provincia infernale. Dopo il caso Carretta, dopo il crac Parmalat, nella notte un duplice, assurdo omicidio ha scosso la città. Costringendo i carabinieri a «interrompere» il proprio lavoro. Momenti interlocutori rotti, tuttavia, dalla polemica innescata dalla Procura antimafia di Bologna. Mirino puntato contro i giornalisti, rei di occuparsi «troppo» del giallo di Casalbaroncolo. È il procuratore aggiunto Silverio Piro a dare la stura: «L’enfatizzazione dell’informazione sta diventando un aiuto per gli autori del sequestro. La vicenda del rapimento del piccolo Tommaso è comprensibilmente viva nell’interesse collettivo e conseguentemente i media, portatori del diritto-dovere di informare, hanno costantemente fatto sentire la loro forte presenza, vuoi con trasmissioni mirate, vuoi con notiziari - spiega con una nota la Dda -. L’enfatizzazione dell’informazione però sta determinando l’effetto, certamente non voluto ma tuttavia aberrante, di fornire in tempo reale ai responsabili del rapimento preziose informazioni circa lo stato delle investigazioni, in tal modo consentendo ai criminali di mettere in atto tempestivamente ed efficacemente le contromisure necessarie per sfuggire all’individuazione. In questo momento in cui gli investigatori profondono il loro impegno senza risparmio di forze - è la conclusione - la loro abnegazione corre il serio pericolo di rimanere frustrata, e con essa le speranze di trovare Tommaso».
Evidentemente la confusione, regna. Sì perché, ecco, qualche minuto dopo apparire un nuovo messaggio. Non dei rapitori, ma stavolta del procuratore capo di Bologna Enrico De Nicola. E dai toni contrastanti: «Non esiste nessun comunicato della Dda. Se è stato fatto, è stato fatto a mia insaputa». L’ennesima invenzione della stampa? Di certo c’è solo una cosa: Tommaso è ancora prigioniero. Ma loro, le menti di quest’inchiesta senza fine, almeno loro provassero a mettersi d’accordo.